Il cardinale Vegliò: un miliardo di migranti nel mondo, riconoscerne dignità e diritti

2013-01-19 Radio Vaticana

“Per la Chiesa cattolica, la migrazione è questione umana e morale fondamentale”: così il cardinale Antonio Maria Vegliò è intervenuto, ieri a Parigi, all’incontro su “I cattolici e le migrazioni”. Il presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti e degli itineranti ha ribadito, in particolare, l’importanza di guardare alle migrazioni nell’ottica della conversione, della comunione e della solidarietà. L’incontro è stato organizzato dal Centro di informazioni e studi sulle migrazioni internazionali, dal Servizio nazionale della pastorale dei migranti e dalla diocesi di Parigi. Il servizio di Isabella Piro:

Innanzitutto, i dati: oggi, dice il cardinale Vegliò, il fenomeno migratorio “è impressionante” in termini numerici. Secondo il Rapporto mondiale 2011 sulle migrazioni, redatto dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, i migranti internazionali sono circa 214 milioni, quelli nazionali quasi 740 milioni: in totale, un miliardo di persone, pari ad un settimo della popolazione mondiale. Il che significa, come afferma il porporato, che “la mobilità umana è divenuta una caratteristica strutturale del mondo moderno”.

Ma in questo contesto, chiede il cardinale Vegliò, qual è il ruolo della Chiesa? La risposta è semplice: “la Chiesa si preoccupa della salvezza dell’umanità” e di conseguenza “per la Chiesa cattolica la migrazione non è solo un problema politico, ma una questione umana e morale fondamentale”, perché "i migranti non sono solo numeri per la Chiesa, ma nostri fratelli e sorelle, il nostro prossimo”. Ed “essere il nostro prossimo - continua il porporato - non dipende dal luogo di nascita del migrante né dai documenti che possiede”. "La fede cristiana - ribadisce il cardinale - chiede ai credenti di non considerare gli immigrati come delle merci, ma come degli esseri umani che hanno diritto a una considerazione complessiva dei loro bisogni e dei loro contributi specifici ed economici, sociali e culturali".

In questo dibattito, “la Chiesa contribuisce con la sua fede e i suoi principi morali” ed il suo ruolo si basa “sul rispetto della dignità della persona umana”. In un’ottica di comunione, il porporato richiama quindi “un sistema migratorio giusto che permetta ai migranti di realizzare le loro aspirazioni fondamentali e servire il bene comune”. “I processi di integrazione – evidenzia ancora il porporato – non richiedono solo opportunità politiche, sociali ed economiche, ma anche la costruzione di un senso di comunità, di valori condivisi, di una comunione tra fratelli”.

Di qui, nell’ottica della solidarietà, l’invito a “sviluppare una cultura dell’accoglienza globale”, “dell’integrazione autentica” e l’appello a proteggere – secondo “la fede, incontro con il Cristo vivente” – “la giustizia, la dignità umana e la solidarietà”. Anche perché, incalza il porporato, “per la Chiesa, i diritti umani sono radicati nella persona” e questo è “un approccio che si differenzia radicalmente dalle moderne correnti di pensiero, per le quali i diritti dell’uomo sono concepiti in termini di opinione pubblica o di riconoscimento legale”. Essere solidali, allora, significa “promuovere il riconoscimento effettivo dei diritti dei migranti e superare tutte le discriminazioni basate sull’etnia, la cultura e la religione”.

Come un “avvocato risoluto e attento”, continua il cardinale Vegliò, la Chiesa è chiamata a difendere il diritto delle persone “a spostarsi liberamente all’interno del proprio Paese” o a lasciarlo a causa “della povertà, dell’insicurezza e delle persecuzioni”, nel pieno diritto di “vivere con dignità”. Non solo: la Chiesa ha anche “la responsabilità di fare in modo che l’opinione pubblica sia correttamente informata sulle cause che generano le migrazioni”; essa, inoltre, deve “opporsi al razzismo, alla discriminazione e alla xenofobia, ovunque si manifestino”.

Infine, nell’ottica della conversione, il cardinale Vegliò ricorda che oggi le migrazioni non riguardano solo i cattolici: ci sono immigrati che provengono da Paesi di altra o di nessuna fede e ci sono emigrati cristiani che vanno in Paesi di tradizione diversa. Ed è per questo che il fenomeno migratorio deve essere visto come un’opportunità non solo di evangelizzazione, ma anche di nuova evangelizzazione nei confronti di coloro che “hanno perduto il senso vivo del cristianesimo”. Perché i migranti, conclude il porporato, sono “i protagonisti della proclamazione del Vangelo nel mondo moderno”, “il lievito nel pane della cultura e della società contemporanea”.

Aggiornamento: 20 gennaio 2013.