Il cardinale Vegliò: nessuno Stato ha il diritto di cacciare i migranti

2012-10-29 Radio Vaticana

I contenuti del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del Migrante 2013 sono stati oggetto ieri mattina di una presentazione in Sala Stampa vaticana, presieduta del capo dicastero vaticano dei Migranti, il cardinale Antonio Maria Vegliò. Il porporato ha ribadito che, pur avendo il diritto di difendere l’identità dei propri cittadini, nessuno Stato ha quello di “cacciare i migranti”. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Le ultime battute della conferenza stampa di presentazione del Messaggio papale sulla Giornata dei migranti fanno emergere la convinzione, chiara e diretta, del massimo responsabile vaticano in materia. Rispondendo alla domanda di un giornalista su come vada inteso il punto del documento che tratta della regolazione dei flussi migratori – se cioè il Vaticano sia pro o contro un forte controllo sugli stessi – il cardinale Vegliò replica:

“Di fronte al processo migratorio, non è che uno lo incoraggia o lo scoraggia. Uno cerca di risolvere i problemi che questo processo comporta. Io credo che nessuno Stato al mondo abbia il diritto di cacciare i migranti, ma nessuno Stato al mondo deve essere così 'naïf' che tutti quelli che vogliono entrare nel suo Stato possano farlo. Ci sono leggi e lo Stato deve difendere l’identità culturale, di benessere, dei suoi propri cittadini. Questo non significa, però, cacciare i migranti”.

In apertura di conferenza stampa, lo stesso cardinale Vegliò aveva messo in risalto – oltre agli aspetti umanitari del lavoro svolto dalla Chiesa verso gli immigrati – la dimensione religiosa del fenomeno. Un migrante, aveva detto in sostanza, non è solo un corpo in movimento col suo carico di esigenze e aspettative, ma anche un’anima con il bagaglio di ciò che crede. E citando uno studio del 2012, intitolato “Fede in movimento” – che individua la fede professata da chi emigra in rapporto al Paese di approdo e quindi i dieci Stati più interessati da questo fenomeno (Federazione Russa, Ucraina, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, ma anche Arabia Saudita e India) – il porporato ha ricordato che la nazione emblematica in questo senso sono gli Stati Uniti, con 43 milioni circa di cittadini stranieri ospitati, dei quali ben 32 milioni sono cristiani soprattutto messicani:

“Questi numeri mostrano le potenziali risorse religiose che portano con sé i migranti e, allo stesso tempo, rivelano le aspettative che essi nutrono nei confronti delle comunità cristiane che li accolgono”.

Per questo, ha soggiunto, la “dimensione religiosa” non viene “mai dimenticata” dalla Chiesa nel suo lavoro caritativo e pastorale, che si sforza di essere esemplare nel suo impegno di difesa a tutto tondo dei diritti e della dignità dei migranti:

“La Chiesa ha un ruolo importante nel processo della integrazione. Essa risponde ponendo l’accento sulla centralità e sulla dignità della persona con la raccomandazione a tutelare le minoranze, valorizzando le loro culture, il contributo delle migrazioni alla pacificazione universale, la dimensione ecclesiale e missionaria del fenomeno migratorio, l’importanza del dialogo e del confronto all’interno della società civile, della comunità ecclesiale e tra le diverse confessioni e religioni”.

Se il cardinale Vegliò si era soffermato sulle motivazioni di tipo strettamente non umanitario, e quindi economico, che spingono a lasciare la propria terra parte dei 740 milioni di migranti internazionali (stimati nel 2011 dall’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni), il segretario del Pontificio Consiglio, mons. Joseph Kalathiparambil, ha circoscritto l’attenzione ai rifugiati e richiedenti asilo, a quello che ha definito il loro “calvario per la sopravvivenza”, fatto spesso di abbandono, di abusi, e di camion e carrette del mare come mezzi di una fuga verso la speranza:

“Penso, ad esempio, alla situazione in Siria, nel Mali e nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’80% delle vittime sono i civili. La fuga da queste tragedie prende diverse vie. Alcuni, ad esempio, devono camminare per settimane intere prima di varcare la frontiera di un Paese africano orientale. Purtroppo, durante questi esodi, non è raro che una madre perda uno o più figli, a causa di privazioni o stremati dalle fatiche, come è successo in Sudan”.

E quando il racconto del dramma arriva agli sciacalli che sfruttano la miseria di queste persone, la denuncia del numero due del dicastero vaticano si fa più stringente:

“Nell’Unione Europea, queste situazioni sono il segno che diventa sempre più difficile poter chiedere asilo, specialmente da quando in alcuni Paesi sono state introdotte misure restrittive per ostacolare l’accesso al territorio (…) Queste limitazioni hanno incentivato le attività dei contrabbandieri, dei trafficanti, e pericolose traversate in mare che hanno visto sparire fra le onde già troppe vite umane”.

Cibo, alloggio, cure mediche, diritto al lavoro e alla libera circolazione sono, ha concluso, gli “elementi primari” garantiti dalle norme internazionali ai richiedenti asilo. Concederli e provvedere alla loro integrazione da parte degli Stati, ha riconosciuto, “richiede grandi sforzi e adattamento”. Ma è indispensabile, ha soggiunto, che le misure e le politiche decise in alto siano riempite di umanità dalla base, dai cittadini:

“C’è bisogno anche di un atteggiamento socievole e disponibile da parte del grande pubblico con piccoli gesti di attenzione nei loro riguardi (un sorriso, un saluto, una chiacchierata, un invito a partecipare alle attività di tutti i giorni) che aiuteranno i rifugiati e i richiedenti asilo a sentirsi più accolti e faciliteranno il processo di inclusione nella società”.

Ultimo aggiornamento: 30 ottobre