Il cardinale Sgreccia: aprire un orizzonte di speranza per i malati

2012-09-18 Radio Vaticana

Il dolore e la sofferenza umana alla luce della ragione e della fede cristiana è il tema dell’incontro promosso dall Fondazione Ut Vitam Habeant, l’ente di diritto canonico che opera nell’ambito della pastorale della vita, svoltosi lunedì a Roma. Davide Dionisi ne ha parlato con il Presidente della Fondazione e promotore dell’iniziativa, cardinale Elio Sgreccia:

D. – Una delle sofferenze più gravi del malato è quella di sentirsi inutile perché i valori che oggi contano sono, purtroppo, quelli della produttività e della gratificazione economica. Per tale motivo viene considerato un peso, un rischio o addirittura un oggetto di paura. In che modo gratificare la figura del malato, considerarla come essere umano, non mortificarla?

R. – Il malato va compreso come persona, soprattutto nella sua interiorità. Quando si trova in ospedale. Specialmente quando si trova in gravi condizioni e ha più o meno consapevolezza anche del rischio della morte, vicina o lontana che sia, ma comunque il pensiero della morte si affaccia sempre durante la malattia seria, in questo caso dentro è preoccupato e teso: ha bisogno di essere compreso, ha bisogno di dialogo. Questo perché il muro più difficile da abbattere è proprio la paura del dolore e della morte: bisogna dare speranza. Allora, per dare speranza occorrono premesse di ragione ma anche gli orizzonti della fede. Ed è per questo che stiamo svolgendo queste conferenze pubbliche: per dare stimoli al pubblico ed anche elementi fondativi di giudizio. Abbiamo parlato della Creazione, sia sotto l’aspetto scientifico sia sotto l’aspetto di fede; ora parliamo del tema del dolore che è densissimo di problematiche e di drammaticità. Questo, poi, non vale solo per il malato: vale anche per il cittadino che lavora e che si impegna. Se non c’è davanti un orizzonte di fiducia e di speranza, anche qualsiasi peso diventa carico di sfiducia, carico di passività.

D. – Come rispondere al credente che soffre e che si scoraggia nel momento di dolore?

R. – Pian piano, nel dialogo – se è possibile, naturalmente, stabilire un dialogo confidenziale – bisogna riuscire a far capire che il dolore è un momento di prova e di difficoltà che stimola qualche volta anche il senso della solitudine, però è un momento prezioso: ha delle ricchezze. Tra queste, c’è solo un esempio da dare: la crescita interiore, la speranza di tornare con un carattere più forte a vincere e a lavorare, ma c’è anche e soprattutto l’apertura che il dolore fa sull’eternità. E’ attraverso il dolore che Cristo ha redento il mondo, e noi continuiamo a collaborare a questa redenzione.

D. – Davanti a chi soffre, l’atteggiamento più comune è quello del silenzio. Quale invece dovrebbe essere la risposta di un credente?

R. – Alle volte, il silenzio è necessario quando il soggetto attraversa una fase di riflessione, di capacità di concentrazione e ha bisogno soltanto che gli si stringa la mano, che si crei un varco per la comunicazione. Ma quando, non appena è possibile, con sincerità, anche la semplice espressione “io prego per lei, sono vicino, deve avere coraggio e speranza”, queste parole possono introdurre discorsi sempre più fortificanti.