Il card. Parolin si racconta: la mia vita nelle mani di Dio

2016-01-09 Radio Vaticana

E' il più stretto collaboratore di Papa Francesco: il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, veneto, 61 anni il prossimo 17 gennaio, si racconta ai microfoni della Radio Vaticana. Parla della sua vocazione, del suo lavoro accanto al Papa, delle vicende della Chiesa. Padre Vito Magno gli ha chiesto innanzitutto se si può essere diplomatici e insieme sacerdoti:

R. - Penso di sì, altrimenti non sarei qui  e non avrei accettato di impegnare la mia vita in questo ambito così “particolare” della vita della Chiesa.  Negli anni della formazione sacerdotale avevo ben altre idee circa il mio ministero futuro.   Pensavo che, diventato sacerdote, avrei lavorato in parrocchia o in Seminario.  Di fatto,  sono stato, per alcuni anni, Viceparroco; poi improvvisamente e con mia stessa sorpresa le cose sono cambiate.  E’ stato chiesto al mio Vescovo di mettermi a disposizione della Santa Sede per il servizio diplomatico. Mai ho trovato questo servizio incompatibile con il ministero sacerdotale. Innanzitutto, ho sempre cercato di esercitare il ministero anche nei periodi in cui il lavoro mi prendeva di più.  E poi mi sono sempre proposto di vivere la diplomazia come  sacerdote e da sacerdote.  In varie occasioni, ad esempio, ho notato che, in questa veste, potevo dire una parola dove altri non avevano voce per  farlo; una parola che forse non ha cambiato le cose, ma che era importante dire in quel momento.  Naturalmente le maniere di aiutare gli altri sono molteplici, ma anche attraverso il servizio diplomatico della Santa Sede si può annunciare il Vangelo e impregnare la società dei suoi valori.

D. - Del resto ad un sacerdote in diplomazia non mancano le occasioni di esercitare il ministero pastorale dove vive!

R. - Sì, certo! Questa è stata sempre la linea che, come ho detto,  ho tentato di seguire e credo sia la linea che segue la maggior parte di coloro che svolgono il servizio diplomatico nella Santa Sede. I Rappresentanti Pontifici, nei limiti del possibile, coniugano le attività legate al loro ufficio con quelle più specificamente pastorali.  Incontrare le comunità cristiane, celebrare per loro l’Eucaristia, amministrare i Sacramenti, ecc. sono stati i momenti più belli della mia attività come Nunzio Apostolico in Venezuela.  Li ricordo con tanta commozione e gioia e un po’ li rimpiango!

D. - Anche oggi è una linea pastorale che lei persegue, nonostante l’impegno di principale collaboratore del Papa nel governo della Chiesa. A proposito, come vive questo compito del tutto particolare?

 R. - Lo vivo come una grazia, perché è davvero un dono grande del Signore essere vicino al Successore di Pietro nel compito di confermare i fratelli nella fede e tenerli uniti nella comunione della Chiesa, ma lo vivo anche come una grossa responsabilità,  per essere in grado di offrirgli un contributo che sia il più competente ed efficace possibile, nel momento così difficile e complesso che sta vivendo l’intera umanità.  Inoltre, poiché Papa Francesco insiste molto sulla dimensione missionaria della Chiesa e sulla necessità di riformarne le strutture, in primis la Curia Romana, per diventare trasparenza di Gesù, il compito di Segretario di Stato risuona per me come un appello particolare e urgente a essere un testimone credibile e a mettermi in atteggiamento di costante e sincera conversione.  Inoltre, vorrei tanto essere capace, sull’esempio del Papa, di mostrare sempre, anche nelle questioni più spiccatamente burocratiche, il volto accogliente e misericordioso della Chiesa gerarchica.

D. - Un compito che ogni sacerdote, nel posto assegnatogli dalla Chiesa, deve svolgere! Lo ricorda Papa Francesco nel Messaggio per la prossima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, richiamando l’attenzione al dono grande che è il sacerdozio. Per questo dono lei chi si sente di ringraziare, dopo naturalmente il “Padrone della Messe”?

R. - Nella mia vita ho incontrato numerosissime persone a cui debbo gratitudine, perché mi hanno aiutato a scoprire e a vivere la mia vocazione al sacerdozio, con la parola e soprattutto con il buon esempio.   Quanto abbiamo bisogno del buon esempio!  Di meno parole e di più buon esempio!  Se posso indicare qualcuno, direi  che devo ringraziare prima di tutto la mia famiglia. E’ lì,  con il papà, la mamma e i fratelli, che ho sperimentato una fede profonda, una vita cristiana autentica, un quotidiano impregnato di valori evangelici.  Nonostante i limiti comuni ad ogni esperienza umana e le tante prove che l’hanno accompagnata,  il Signore mi ha dato davvero una bella famiglia! In secondo luogo dico grazie al mio Parroco, un sacerdote che mi ha fatto desiderare di essere come lui. Ma potrei e dovrei continuare l’elenco citando il Vescovo che mi ha ordinato sacerdote, Mons. Onisto, i Superiori del Seminario, i miei compagni, ecc.  Mi ricordo che un sacerdote venezuelano, mio amico, mi diceva spesso, ricordando i suoi genitori e i suoi formatori: “Nunca he encontrado un malo ejemplo”, mai ho visto in loro un cattivo esempio.  Sento di poter ripetere anch’io oggi queste parole! 

D. - Una vocazione svelata da segni particolari?

R. - No, non c’è stato nessun segno particolare. Mi sento molto normale sotto questo aspetto. La mia è stata la storia di un ragazzo che il Signore ha chiamato nelle circostanze comuni e correnti della vita e che ha avuto la grazia  di trovare chi, attorno a lui, ha saputo aiutarlo a coltivare il seme della vocazione e farlo fruttificare.

D. - Da allora sono passati 36 anni. Nel frattempo cosa è cambiato del ruolo del sacerdote nella Chiesa e nella società?

R. - Sociologicamente sono cambiate molte cose. La  società di oggi non è la stessa di ieri ed è quindi logico che anche da parte nostra non debba mancare uno sforzo di adattamento alle nuove condizioni di vita.  Già Papa Giovanni XXIII, cinquant’anni fa, parlava di “aggiornamento”.  Io credo però che la vocazione e la missione di un prete rimangano sempre le stesse: portare Dio alla gente e portare la gente a Dio.  E non a un Dio qualunque, ma al Dio di Gesù Cristo, al Dio del Vangelo.  Una missione che non cambia nei mutamenti delle situazioni o delle contingenze storiche; una missione che oggi diventa tanto più impellente quanto più sembra oscurarsi l’orizzonte della fede e il nostro mondo sembra diventare sempre più secolarizzato.  Il prete deve essere un uomo di Dio, un segno credibile e il più possibile  luminoso della sua presenza d’amore e di salvezza nel mondo, un ponte che permette e favorisce l’incontro con Colui che solo è capace di dare senso e significato compiuti alla vita, di rispondere agli interrogativi più profondi, di insegnare ad amare e a spendersi per tutti e, specialmente, per i più poveri e abbandonati.

R. - Fa bene, allora, Papa Francesco ad invitare i sacerdoti a dirigersi verso le periferie geografiche ed esistenziali! Questo, però, dovrebbe richiedere  una formazione adeguata!

D. - Papa Francesco ci manda verso le periferie geografiche ed esistenziali!  Non fa altro che ricordarci, semplicemente, che il sacerdote, come Cristo, nella cui egli persona agisce, è inviato ad evangelizzare i poveri.  Penso, dunque, che anche la formazione nei Seminari deve prestare particolare attenzione a questa dimensione, cioè deve essere in grado di  preparare i futuri sacerdoti ad evangelizzare i poveri (e lasciarsi evangelizzare dai poveri). E non si può farlo se non si tengono gli occhi aperti sulle loro condizioni di vita  e se queste condizioni, frutto spesso di ingiustizie, non ci feriscono continuamente il cuore … fino a farlo sanguinare, come il cuore di Gesú.  A me sembra, a questo riguardo, che il pericolo maggiore sia quello che il Papa denuncia nel messaggio della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace 2016, appena celebrata: l’indifferenza, figlia dell’assuefazione. Come preti dovremmo lasciarci invece interpellare da ogni sofferenza, da ogni dolore, da ogni povertà, sia materiale che spirituale.  Se il Seminario aiuta un candidato al sacerdozio  a coltivare questa sensibilità, costui, da prete, non avrà difficoltà a trovare le maniere adatte per andare incontro ai poveri.  Lo fanno già tantissimi confratelli, in maniera discreta e silenziosa, senza pubblicità: ad essi vorrei qui rendere un sentito omaggio, pieno di ammirazione nei loro confronti.

R. - Un fenomeno che non si può ignorare, ma che non appartiene soltanto della nostra epoca, riguarda gli scandali che coinvolgono sacerdoti. Quando emergono sui giornali si è soliti accusare la legge canonica del celibato. Lei cosa pensa?

D. - A mio parere vivere il celibato nella società attuale, per le caratteristiche che tutti conosciamo, è meno facile rispetto a un tempo. Prima c’erano molti più aiuti per così dire “esterni”.  Tutto oggi  è diventato più complesso. Però il celibato è e rimane un grande dono che il Signore ha fatto alla  Chiesa, di cui essere profondamente grati, e non è certamente esso, in quanto tale, la causa degli scandali che coinvolgono i sacerdoti.   Cause ne sono l’immaturità e la fragilità delle persone, la loro malizia, la scarsa formazione, l’insufficiente discernimento, ecc.  Uno dei principali sforzi da mettere in atto è pertanto quello di una seria ed efficace educazione affettiva, da cominciare nella famiglia, affiancata dalla scuola, e proseguire poi nel tempo del Seminario,  che tenda alla maturazione dell’amore fino alla sua maturità, che è il dono di sé e che si può vivere in pienezza sia nella forma del matrimonio che nella forma del celibato.

 D. - E in tale disposizione entra indubbiamente il ministero della confessione. Al riguardo Papa Francesco indica come modelli due sacerdoti: Padre Pio e Padre Leopoldo Mandic, che sono vissuti nella prima metà del secolo scorso. La loro testimonianza può essere tradotta anche da un prete di oggi?

R. - Devo confessare che, di fronte a queste figure, mi trovo un po’ in difficoltà, perché i tempi di cui dispongo non mi permettono di esercitare il ministero della confessione, che è fondamentale nella vita del sacerdote.  Del ministero esercitato da Padre Pio da Pietrelcina e da Padre Leopoldo Mandic resta al prete di oggi il messaggio fondamentale: apprezzare e amare il Sacramento della confessione, essere disponibile a celebrarlo e dedicarvi il tempo necessario.  Parliamo di misericordia, il Papa vi insiste tanto, ma è nella confessione che la misericordia di Dio ci raggiunge, ci tocca e ci trasforma.  Siamo tutti peccatori, abbiamo tanto bisogno del perdono del Signore, che ci viene dato attraverso la mediazione della Chiesa. Cosa c’è di più bello e di più consolante di questo Sacramento, sia per chi lo riceve che per chi lo amministra! L’esempio di questi due santi  rimane fondamentale e costituisce un richiamo a recuperare questo aspetto del ministero sacerdotale, non tenuto spesso sufficientemente in considerazione.

D. - Bisognerebbe recuperare anche la concezione stessa della misericordia, nella sua valenza di “medicina per l’umanità ferita”!

R. - Sì, certamente.  Noi cristiani dovremmo fare della misericordia un principio di vita sociale.  Se riuscissimo a farlo, forse saremmo capaci di cambiare un po’ il volto della nostra società.  Penso, ad esempio, al tema del superamento dei conflitti, come lo affronta  il Papa nella Evangelii Gaudium:  il conflitto fa parte della nostra realtà umana, segnata dal peccato e quindi dalla divisione, ma, nello stesso tempo – egli afferma –  è occasione, attraverso la sua ricomposizione, per andare più avanti, per crescere, per raggiungere mete più elevate.  Ma non si supera il conflitto se non c’è atteggiamento di misericordia, nel senso soprattutto del perdono e di un atteggiamento di benevolenza verso l’altro, anche nei suoi limiti e nei suoi errori.  Medicina per l’umanità ferita è pure la misericordia nel senso delle opere di misericordia, corporali e spirituali, il venire cioè incontro con l’atteggiamento del buon Samaritano a tanti bisogni e necessità che piagano il corpo e l’anima degli uomini.

D. - L’atteggiamento di misericordia non dovrebbe trovare una sponda anche nelle altre religioni?

R. - Nel corso del Giubileo straordinario si dovrà fare attenzione anche a questo aspetto, come sottolinea il Papa nella Bolla Misericordiae Vultus.  Il pensiero corre soprattutto al terribile fenomeno della giustificazione dell’odio e della violenza in nome di Dio.  C’è uno spazio, dunque, e direi di più, c’e un obbligo per i fedeli di tutte le religioni di combattere questa degenerazione della religione, testimoniando concretamente, da soli e soprattutto insieme, che Dio è  misericordia e amore.

D. - Mi permetta una curiosità a conclusione di questa conversazione. Mi accorgo che nelle fotografie lei appare sempre sorridente. Qual è il  segreto che la fa stare sereno nonostante le difficoltà, le paure e i problemi del nostro tempo, e anche della Chiesa?

R. - A parte un po’ il carattere, che facilita le cose, sento che la mia vita è nelle mani del Signore, che Lui guida la mia storia e la storia del mondo verso approdi di pace e di salvezza, che Lui mi vuole bene e che, per dirla con il Manzoni, non toglie mai una gioia se non per prepararne una più grande.  E poi percepisco il sostegno della preghiera di tante persone.  Così mi piacerebbe andare avanti, negli anni che mi restano, fino all’incontro “faccia a faccia”.

(Da Radio Vaticana)