Il card. Filoni: la lettera del Papa alla Chiesa cinese è sempre valida e attende risposta

2012-10-26 Radio Vaticana

Cinque anni fa, era il 27 maggio 2007, Benedetto XVI rendeva pubblica la sua Lettera alla Chiesa in Cina. Cinque anni dopo, cosa è cambiato nei difficili rapporti tra la Santa Sede e Pechino? A questa domanda risponde, con brillantezza e grande competenza, il cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, il dicastero competente per le questioni della Chiesa in Cina. Pagine nitide nella disamina che ribadiscono: la Lettera del Papa “resta valida”, come pure la sua richiesta di un “dialogo rispettoso e costruttivo” con le autorità di Pechino, per il quale si chiede però un salto di qualità. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Passare dalla libertà “di un uccellino in gabbia” a un confronto sullo stesso livello e “di pari dignità”. La prima cosa che colpisce, trattandosi di un argomento molto delicato, è la schiettezza nonché l’equilibrio tra fermezza e rispetto che attraversa in filigrana tutta la sua analisi. Il cardinale Filoni esprime le proprie considerazioni sulla complessa vicenda dei rapporti tra Vaticano e Cina, e tra la Chiesa cinese e le autorità nazionali, con l’incisività di chi quella storia la porta impressa sulla pelle, avendo vissuto un decennio a Hong Kong tra il ’92 e il 2000. Sviluppando il suo pensiero in un articolo richiestogli da “Tripod”, rivista della diocesi di Hong Kong, il prefetto di Propaganda Fide dapprima ricorda che fino al 1950 il Vangelo in Cina era stato “come un fiume di acqua limpida” e che solo dopo il “terremoto” che ne “sconvolse la vita” una parte di quel fiume aveva preso “a fluire sotto terra” – cioè la cosiddetta “Chiesa clandestina” – e un’altra continuato “a scorrere in superficie”, ovvero la cosiddetta “Chiesa patriottica”. La prima, fedele al Papa, non volle sottostare – spiega – ai “compromessi” né al “controllo politico”, l’altra invece li accettò “per calcolo esistenziale”. Dunque, scrive il cardinale Filoni, “ci si domandava: sarebbero mai tornate quelle acque a scorrere insieme liberamente e apertamente?”.

È a questo punto della vicenda, prosegue, che interviene la Lettera pontificia del 2007, un documento – ripete – a carattere religioso, “non politico”. Consapevole che per sanare “le profonde ferite interne” della Chiesa cinese – dovute a decenni di “pressioni esterne” e ai muri di incomprensione sorti tra le due “correnti” – bisognasse “spianare la strada” a relazioni migliori tra Vaticano e Pechino, Benedetto XVI decide di affermare in modo pubblico e chiaro la “disponibilità” a un “dialogo rispettoso e costruttivo” con le autorità di Pechino, nella consapevolezza – ricorda il cardinale Filoni – che “la soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto”. Inoltre, il Papa desidera la “riconciliazione” della Chiesa cinese e dunque sa che bisogna “eliminare pregiudizi e interferenze, divisioni e connivenze, odio e ambiguità”, avviando “un processo di verità, di fiducia, di purificazione e di perdono”, senza chiedere “privilegi” per la Chiesa, ma offrendo con essa il “contributo per il bene comune” della Cina e, al contempo, rivendicando – afferma il prefetto di Propaganda Fide – “la libertà di compiere la sua missione senza interferenze civili e nel rispetto sia delle leggi dello Stato, sia dei principi di verità, di giustizia e di collaborazione”.

Obiettivo raggiunto? Il cardinale Filoni pone con franchezza dei rilievi critici. In questi cinque anni, rileva, “alti e bassi” sono seguiti alla pubblicazione della Lettera papale e almeno tre grossi ostacoli si sono resi evidenti. Primo, rileva, le autorità di Pechino hanno “acuito il controllo dello Stato sulla Chiesa”, con “un accanimento verso il clero cosiddetto 'clandestino'” al fine di portarlo ad aderire all'Associazione Patriottica, cioè “istituzione preposta al controllo della Chiesa in Cina al fine di renderla indipendente dalla cattolicità e dal Papa”. Mentre dal canto suo, l’Associazione “ha accresciuto il proprio controllo anche sulla comunità cosiddetta 'ufficiale'” (vescovi, clero, luoghi di culto, finanze, seminari). Secondo, le nomine dei vescovi hanno “portato alla scelta di candidati spesso discutibili, quando non moralmente e pastoralmente inaccettabili, sebbene graditi alle autorità politiche”. E terzo, le consacrazioni episcopali, sia legittime, sia illegittime, sono state forzate attraverso l'intromissione nei riti di vescovi illegittimi, creando drammatiche crisi di coscienza, sia nei Vescovi consacrati, sia nei Vescovi consacranti”. Quando la Santa Sede ha reagito negli anni a questo stato di cose, forse – osserva il porporato – le sua parole “non sono state ben recepite, poiché non si è capito, o non si è tenuto presente, che esse erano dettate dalla preoccupazione di rimanere fedeli a determinati valori, che appartengono alla dottrina e alla tradizione della Chiesa e, quindi, ne garantiscono l'identità stessa”. Fermo restando che, “alla radice di tutti questi interventi c'è sempre stato un sincero e profondo rispetto per i Cattolici cinesi”.

Lo sguardo del cardinale Filoni arriva all’oggi provando ad auspicare un futuro diverso e migliore. Se “in concreto – asserisce – la situazione permane grave” e si riscontra un ricorso più accentuato a “sessioni di indottrinamento e a pressioni”, pure “vent’anni di contatti” tra Santa Sede e Cina fanno pensare al fatto che sia venuto il “tempo di pensare ad un nuovo modo di dialogare, anche più aperto e ad un livello più equivalente”. La Santa Sede, ricorda, “ha un dialogo aperto e franco con molti Paesi”, come con il Vietnam. E da parte loro, soggiunge, “Pechino e Taipei hanno Commissioni stabili ad altissimo livello per trattare questioni di reciproco interesse”. “Non è possibile – si chiede –sperare in un adeguato e sincero dialogo con la Cina?” “La Lettera del Papa al clero e ai fedeli cinesi – dichiara il cardinale Filoni – resta valida. Gli avvenimenti di questi cinque anni nella Chiesa in Cina ne hanno ribadito il valore, l'opportunità e l'attualità. Dopo incertezze, dubbi, paure e restrizioni che ne hanno rallentato la conoscenza e la comprensione, ora si apre un tempo in cui il documento pontificio può essere meglio compreso, può rappresentare un punto di partenza per il dialogo nella Chiesa in Cina e può stimolare quello tra Santa Sede e Governo di Pechino”. E conclude: “Il documento pontificio, dunque, mi pare ancora un ammirevole punto di riferimento che mette bene in evidenza la passione del Papa per la verità, la giustizia politica e l'amore per il suo popolo. Ma è anche un testo in cui si coniugano la dottrina cattolica, la visione politica e il bene comune. Esso attende una risposta”.