Il carcere raccontato agli uomini liberi - Oltre l'indifferenza

2017-03-16 L’Osservatore Romano

Il carcere fa paura. Meglio girarsi dall’altra parte e pensare che bastino quelle mura a separare e proteggere il mondo dei buoni da quello dei cattivi. Poi, in fin dei conti, chi cade in quel pozzo se l’è andata a cercare.
Eppure il carcere è il luogo dove la società si gioca la propria credibilità morale. Dove si misura il limite tra giustizia e vendetta. E, forse, per capire meglio quello che sta fuori vale la pena conoscere e ascoltare l’umanità di chi sta dentro.
A tentare di illuminare questa zona d’ombra della società, proponendo un percorso di conoscenza libero da luoghi comuni e da facili pregiudizi ideologici, arriva in questi giorni in libreria il saggio di Anna Paola Lacatena e Giovanni Lamarca, Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (Roma, Carocci, 2017, pagine 304, euro 28). Unendo la ricerca e l’esperienza sul campo di una sociologa, da anni impegnata sul fronte delle cosiddette devianze, e di un comandante della polizia penitenziaria, il libro ha il merito di colmare un vuoto nella pubblicistica sulla detenzione in Italia, offrendone una trattazione completa e sistemica. E soprattutto di stimolare un dialogo costruttivo tra scienze sociali, istituzioni penitenziarie e gli stessi detenuti.

La “domandina” nella quale un detenuto chiede  che gli venga recapitata le lettera  che sa essergli stata inviata da Papa Francesco

Dalle questioni giuridiche e organizzative a quelle riguardanti l’affettività, il lavoro, la pratica religiosa o la condizione della donna reclusa, ogni aspetto del sistema carcerario viene infatti presentato e approfondito lasciando che l’analisi scientifica sia in qualche modo commentata, corretta o supportata dalla voce e dall’emotività delle persone detenute. Volutamente, per evitare il rischio di una trattazione artificiosa, non sono state sollecitate testimonianze ma vengono pubblicate le istanze presentate negli ultimi dieci anni dai detenuti della casa circondariale di Taranto — la città dei due autori — ai responsabili del penitenziario. Sono le cosiddette «domandine», come viene spiegato nel glossario del carcere riportato in appendice insieme ad altre curiosità sulla vita ristretta, utilizzate a norma del regolamento per formulare richieste, esprimere lamentele e proteste o semplicemente per dire grazie. 

A spiegare il tema dell’istruzione interviene così un detenuto analfabeta che detta al compagno di cella la domanda con la quale chiede il permesso di frequentare la scuola del carcere: «per poter imparare e scrivere e leggere — spiega — così so che potrei avere un futuro davanti a me». Oppure in materia di affettività è la voce di un altro detenuto a chiarire fino a che punto il carcere possa far sgretolare i rapporti familiari: chiede solo di poter riavere la fede nuziale, che gli è stata tolta al momento dell’arresto, perché la moglie durante i colloqui si lamenta di non vedergliela al dito.
Tante storie, talvolta particolarmente drammatiche quando si toccano problematiche come quella dell’autolesionismo o delle malattie psichiatriche, che mostrano però come insieme al dolore, alla rabbia, alla noia, dentro una cella ci possa essere spazio anche per un sorriso, per un desiderio autentico di ravvedimento. Una nostalgia di umanità che potrebbe e dovrebbe farsi consuetudine.
Come viene messo in evidenza nella prefazione, firmata da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, l’originalità di Reclusi sta proprio nella modalità con cui una tematica così complessa viene trattata. Nel mostrare che dialogare si può, pensando a un carcere modulato sull’uomo e non sul reato, rigettando l’idea dell’irrecuperabilità sociale, della restrizione perpetua e priva di possibilità di riscatto.
D’altra parte, come documenta il libro, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che nel 2013 ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante di persone detenute, si è cominciato a intervenire facendo fronte a evidenti e non più accettabili carenze strutturali. E nell’aprile del 2016 l’assemblea degli Stati generali dell’esecuzione penale, convocati dal ministro della Giustizia coinvolgendo anche il mondo del volontariato, ha auspicato che la risposta a patologie conclamate del sistema carcerario in Italia, come quella del sovraffollamento, possa servire da propulsore per la definizione di un modello di esecuzione della pena costituzionalmente ispirato e finalizzato alla rieducazione.
Oltretutto proprio in questo ambito si collocano molteplici iniziative nel campo del lavoro e delle attività culturali che si stanno promuovendo a livello locale grazie alla generosità dei operatori e volontari. Una di queste prenderà avvio tra breve all’interno della casa circondariale di Taranto — alla quale saranno devoluti i proventi della vendita del libro — con il progetto «L’altra città». Un allestimento artistico e sensoriale, ideato dallo stesso comandante Lamarca e curato da un gruppo di detenute, aperto a quanti vorranno fare esperienza, sia pure simulata, di cosa significhi perdere la libertà.
Raccontando storie e vissuti, illustrando norme e aspetti giuridici, creando connessioni tra il mondo dei liberi e quello dei reclusi, l’opera di Lacatena e Lamarca rappresenta quindi un’opportunità per conoscere i veri termini della questione carceraria. E per fissare, non solo sul piano teorico, i punti cruciali di una riforma, culturale prima ancora che legislativa, da molti auspicata e attesa. Ricordando che ogni detenuto recuperato alla legalità determina una ricaduta in termini di sicurezza per la società intera. Ma anche che non si può pensare di ridurre il fenomeno della reiterazione dei reati se anche il migliore dei sistemi detentivi non è accompagnato da un welfare efficace.
È difficile immaginare nel breve periodo il passaggio da una prospettiva normativocentrica, fatta esclusivamente di disposti, articoli e combinati, a un modello di esecuzione della pena all’altezza dell’articolo 27 della Costituzione. Tuttavia, con altrettanta chiarezza, risulta indifferibile il bisogno di farlo. A beneficio di chi sta dentro e di chi sta fuori del carcere.

La strada è quella di un recupero dell’etica pubblica (l’uomo verso l’uomo) e della morale (l’uomo autentico) come indica Papa Francesco — più volte citato nel volume — quando invita ad andare oltre la prigione del proprio interesse passando dall’indifferenza che nega all’inclusione che riconosce.

di Piero Di Domenicoantonio