I vescovi del Perù dal Papa: Chiesa vicino alla gente che soffre

2017-05-15 Radio Vaticana

Papa Francesco ha ricevuto oggi in visita ad Limina i vescovi del Perù. Al microfono di Alina Tufani, mons. Salvador Piñeiro García-Calderón, arcivescovo di Ayacucho e presidente della Conferenza episcopale peruviana. Il presule sottolinea innanzitutto in quale contesto opera la Chiesa del Perù, tra difficoltà economiche e problematiche sociali:

R. – Non abbiamo passato momenti facili, ci sono molte incertezze a causa delle denunce nell’ambito degli incarichi pubblici, delle catastrofi naturali che abbiamo avuto – il fenomeno del Niño - soprattutto nella zona Nord del Paese. C’è molta disillusione. È un popolo che soffre, ma che crede in Gesù, che ama molto la Chiesa e che chiede al Santo Padre di confermarci nella fede.  

D. – Come affrontare questa problematica sociale? Come essere Chiesa in questo contesto?

R. – La Chiesa ha molta credibilità, nonostante le nostre miserie, le nostre debolezze, i nostri errori. La gente si fida molto della Chiesa. Certamente, c’è una crisi economica molto forte e soprattutto una crisi morale. Ci preoccupa molto l’assenza della famiglia. In seno ad essa, la crisi è sempre più grande, molte madri vengono abbandonate… Ci preoccupa anche molto che negli ambienti politici alcuni vogliano far passare certe “leggi di sottobanco” e una certa emarginazione della Chiesa che invece dovrebbe esprimersi sulla famiglia e sull’educazione. Anzi, la Chiesa ha un accordo molto importante con lo Stato, perché la Costituzione ammette che la nazione è cresciuta ispirata dalla fede nella Chiesa ed è per questo che in tema di famiglia e di educazione deve esserci dialogo e  comunicazione.  

D. – Infatti, è stata molto forte la lotta della Chiesa e delle associazioni cattoliche in difesa della vita e della famiglia…

R. – Effettivamente, a livello politico, per fortuna, queste leggi non sono passate, però ci sono sempre coloro che provano a fare lobby; non mancano quei quattro o cinque che difendono l’ideologia di genere e il matrimonio omosessuale. Si tratta di una minoranza che fa rumore, però fortunatamente c’è la voce della Chiesa che ricorda il significato della famiglia e i valori dell’educazione. Abbiamo momenti difficili, ma c’è comunicazione tra la Conferenza episcopale e il governo. Non possiamo stancarci di dialogare e bisogna far sapere che la Chiesa ha tutta una storia, una voce che bisogna riconoscere.

D. – Che momento socio-economico sta vivendo il Paese?

R. – Ci sono due temi che ci preoccupano molto e che sono peggiorati in seguito alle catastrofi naturali avvenute al Nord - anche se abbiamo ricevuto molta solidarietà e aiuto nazionale e internazionale - perché colpiscono sempre i più poveri. Queste inondazioni, queste catastrofi climatiche il Papa profeticamente le aveva già previste nella Laudato si’. Bisogna avere cura del mondo, bisogna essere solidali con i poveri. Un altro tema sul quale siamo molto sensibili, grazie al magistero di Papa Francesco, è il tema della foresta amazzonica: più del 60 per cento del nostro territorio si trova in questa foresta e ciò comporta grandi distanze, poche risorse, isolamento della popolazione… Le abbiamo voltato le spalle, bisogna essere onesti. Ci sono otto fratelli vescovi in Vicariati Apostolici con territori molto estesi e poco personale, con tante sfide: dobbiamo aiutarli e promuovere generosità e presenza in quelle zone.

D. – Questo mi ricorda che i vescovi, soprattutto nelle zone dove c’è molta ricchezza mineraria, hanno accompagnato molto le comunità, soprattutto quelle indigene, nella protezione dei loro territori dalla attività mineraria estrattiva e da altri tipi di sfruttamento delle ricchezze del Paese. Cosa ha potuto fare la Chiesa?

R. - Fin dall’inizio, svariati fratelli vescovi, nelle zone dove il problema delle estrazioni minerarie è stato trattato con molto disordine, con molta improvvisazione, hanno alzato la voce, e la Conferenza episcopale ha sempre avuto molta cura di quelle zone. Nella storia della Chiesa peruviana è stato molto importante il problema del caucciù, durante il colonialismo, perché è stata la Chiesa stessa ad alzare la voce affinché i nativi delle nostre foreste peruviane non fossero sfruttati. Anche oggi nelle zone minerarie bisogna avere cura che ci sia il rispetto dell’ecologia, delle persone, perché i danni di uno sfruttamento irrazionale sono molto più dolorosi. Non bisogna vedere solo il tema produttivo, ma anche il tema sociale. E in queste zone la Chiesa e la Caritas sono molto presenti. 

D. - Lei parlava della credibilità della Chiesa e, infatti, secondo gli ultimi dati statistici, l’88% della popolazione si professa cattolica. Quel numero però si assottiglia sempre di più e ciò è dovuto molto alla spinta delle sètte e dei gruppi religiosi di origine cristiana. Perché cresce questo fenomeno?

R. – Dove non c’è la presenza della Chiesa arrivano le sètte. Ci stiamo rendendo conto che alcuni gruppi stanno tirando fuori le unghie, perché arrivano con un atteggiamento di vicinanza e di amore, ma dopo non manca l’insulto all’autorità della Chiesa e le diatribe contro tutte le immagini sacre. Allora, anche se noi manteniamo un dialogo ecumenico di grande vicinanza e amicizia, dobbiamo presentare con fermezza quello che è il magistero, quello che è il tesoro della religiosità popolare. Riguardo alla credibilità della Chiesa, ultimamente abbiamo avuto alcune delusioni, alcuni cattivi esempi che i mass-media hanno sfruttato e che hanno minato la Chiesa e alcuni pastori. Per questo bisogna lavorare, per essere buoni pastori con il cuore di Cristo.   

D. – Questo momento d’ombra che vive la Chiesa peruviana, a causa degli abusi sessuali in seno al “Sodalizio della vita cristiana”, quanto ha inciso sulla comunità cattolica?

R. – Ci ha colpito moltissimo, moltissimo, perché i mass-media ingigantiscono e commentano…Certo, la gente è molto rispettosa, ma negli ambienti familiari, negli ambienti di studio e di lavoro si parla di questo tema. Questo ci serve pure come purificazione, perché dobbiamo essere più sensibili, più sinceri, dobbiamo lavorare molto vicino ai più bisognosi e avere cura della vita vocazionale. Dobbiamo essere molto attenti ai bisogni dei fratelli. Il caso del “Sodalizio della vita cristiana” ci provoca molto dolore, perché il caso si stava chiudendo e le ferite invece si sono riaperte: sono arrivate nuove denunce e i Tribunali chiedono nuove indagini. Siamo, dunque, molto preoccupati, ma non possiamo lasciarci andare e dobbiamo esortare i giovani a scommettere su Gesù.   

D. – Lei ha toccato il tema delle vocazioni, della cura delle vocazioni, qual è la situazione?

R. – C’è un crollo enorme di vocazioni. La domenica del Buon Pastore dicevo in cattedrale che adesso siamo pochissimi. Anche se si fa tanto lavoro nelle scuole e nelle famiglie, è un tema difficile. Bisogna chiedere al Signore che ci dica dove è la vetta, dove bisogna lavorare per trovare le vocazioni. Forse oggi i giovani sono più fragili, vengono offerte loro altre aspettative, anche la famiglia non li sostiene. È un momento difficile, però per la mia vocazione, sono un uomo di speranza e devo lavorare.

D. – E cosa possiamo dire dei laici?

R. – Stiamo pagando il clericalismo, che ci sta presentando fattura. Abbiamo avuto un tale atteggiamento clericale: “Questo lo fa solo il sacerdote”, “Questa è missione solo del parroco”. Bisogna invogliare maggiormente i laici che hanno una responsabilità molto grande nell’animazione catechetica, nella parte amministrativa, nell’azione sociale. La Chiesa non è il vescovo, il vescovo la presiede soltanto, sono tutti i fedeli battezzati che si impegnano che fanno la Chiesa. Insisto sulla famiglia: la famiglia è il primo vivaio della vocazione. Nella mia patria, però, su cento bambini che nascono oggi, 70 non hanno famiglia. Per questo la crisi è molto forte. Noi non cadiamo dal cielo, nasciamo in una famiglia. È molto importante la vita in famiglia.

D. – Nell’ambito della Conferenza episcopale qual è il piano pastorale oggi in vigore?

R. – Facciamo ancora fatica a fare un piano nazionale a causa del contesto geografico. Sono 45 le diocesi: la costa ha un ritmo, il Nord un altro, la Cordigliera è un’altra cosa… Un caso tipico: io sono metropolitano e le due diocesi suffraganee sono una a cinque ore e l’altra a 16 ore di distanza, allora è molto più facile incontrarci a Lima. Non è facile un piano nazionale, ma stiamo facendo dei tentativi, la Segreteria generale fa degli sforzi con le Commissioni, le riunioni... Questo è il lavoro della Conferenza episcopale.

(Da Radio Vaticana)