Gasbarri: 47 anni alla Radio Vaticana, un bilancio entusiasmante

2016-02-26 Radio Vaticana

A fine febbraio si conclude il servizio ultra-quarantennale di Alberto Gasbarri alla Radio Vaticana. Lascia la Direzione amministrativa e l’organizzazione dei viaggi apostolici dei Papi. Proprio in questo mese di febbraio ha compiuto la sua ultima missione. In volo verso Cuba, Papa Francesco ha voluto esprimergli pubblicamente la propria gratitudine. Al microfono di Sergio Centofanti, Alberto Gasbarri traccia un bilancio di questi anni:

R. - Un bilancio senz’altro entusiasmante. Ero giovanissimo. Io avevo 23 anni e lei 38, ma fu amore a prima vista nonostante la differenza di età. Oggi io ne ho 70 e lei 85 ma l’amore è sempre lo stesso. La Radio Vaticana è stata la mia prima famiglia, almeno in senso cronologico, infatti mi sono sposato solo dopo alcuni anni. L’ambiente di lavoro era stimolante e coinvolgente. All’inizio entrai nella Direzione Tecnica come esperto del suono e mi trovai immerso in un piccolo gruppo di tecnici superspecializzati con livelli di preparazione straordinari, ammirati e stimati anche in ambito internazionale. L’ambiente multiculturale delle redazioni linguistiche era esaltante e ti dava l’impressione di vivere al centro del mondo e in tutto il mondo allo stesso tempo. Questo è sempre stato uno dei punti di forza della Radio Vaticana. Dopo circa 47 anni rendo grazie a Dio per avermi dato l’opportunità di svolgere il mio impegno per la Chiesa Universale, essendo consapevole di aver dato il mio modesto contribuito per lo sviluppo di uno strumento di comunicazione efficiente e prestigioso per la diffusione del Vangelo.

D. - Quali ricordi hai di quando sei entrato in radio?

R. - Era la fine del 1969, c’era alla Radio un unico Direttore-Delegato che era Padre Stefanizzi. Un uomo di grandi capacità e preparazione tecnica, e di un rigore che terrorizzava. Per arrivare all’assunzione si dovevano superare diversi sbarramenti con prove selettive teoriche e pratiche che duravano circa due anni. Lui mi ha dato l’imprinting che mi ha plasmato per la vita. Gli sono eternamente grato e ancora oggi gli faccio visita alla sua venerata età di quasi 99 anni. Ci trovavamo a circa metà del Pontificato di Paolo VI. Un Papa di grande sensibilità, cultura, raffinatezza ed umanità. Ovviamente il rapporto che avevo con il Santo Padre allora lo ricordo con una sensazione di grande venerazione ma anche di timore reverenziale, Quelle poche volte che avevo l’occasione di stare al suo cospetto mi paralizzavo e quasi non riuscivo a parlare. Fu un grande Pontefice per lo sviluppo delle comunicazioni. Infatti sulla scia del Concilio Vaticano II diede un impulso formidabile al multilinguismo della Radio con il potenziamento delle redazioni e l’incremento di trasmissioni verso nuove aree geografiche, soprattutto dove la Chiesa era in sofferenza. Per le radio ad Onde Corte e Onde Medie erano gli anni della grande battaglia delle potenze con la guerra fredda e la lotta delle ideologie. Paolo VI fu poi il Papa iniziatore dei viaggi apostolici internazionali, originale connotazione che senza saperlo avrebbe cambiato fondamentalmente la mia vita futura.

D. - Com'è stato il tuo rapporto con i Gesuiti? Per tanti anni sei stato l'unico direttore laico della radio...

R. - Il mio rapporto con loro è stato sempre molto familiare e costruttivo. L’impegno della Compagnia era in quegli anni molto forte, infatti i Padri della Comunità erano allora molto numerosi (circa 35 nelle redazioni linguistiche e nei posti di responsabilità). Dopo la fase del Direttore unico (che era sempre stato un tecnico poiché all’inizio la Radio Vaticana era prevalentemente uno strumento tecnico) si sviluppò un nuovo organigramma con il Direttore Generale che era il P. Martegani, il Direttore dei Programmi che era il P. Blajot e il Direttore dei Gr P. Farusi. Poi c’erano i Padri responsabili delle sezioni linguistiche. Tutti uomini di grande cultura che ti facevano sentire un eterno scolaro apprendista. La mia memoria è tuttora costellata da una galleria di personalità di religiosi di valore che hanno inciso sulla mia formazione di uomo e di cattolico.  Ho avuto l’opportunità di conoscere e frequentare i vari Prepositi Generali ricordando con particolare devozione uomini straordinari come P. Arrupe e P. Kolvenbach. Ed anche il privilegio di lavorare al fianco di forti personalità come P. Borgomeo, comunicatore di razza e manager di grande spessore, di P. Quercetti, dallo spirito missionario puro e disarmante, e tanti altri… fino ai giorni nostri con il caro amico P. Lombardi che tutti ben conoscete.  

D. - I momenti più belli ... e quelli più brutti...

R. - Tra i momenti più belli ricordo certamente la copertura radiofonica dei grandi eventi. In ordine cronologico: il Giubileo del 1975, i due conclavi del 1978,  l’Anno Santo straordinario del 1983, il Giubileo del 2000, l’elezione di Papa Benedetto nel 2005 e quella di Papa Francesco nel 2013. Momenti esaltanti per chi lavora in una Radio e che ti fanno sentire di vivere nella storia. Tra quelli più brutti, il drammatico attentato a Giovanni Paolo II nel 1981, la lunga agonia e morte di Giovanni Paolo II e il senso di vuoto in occasione della rinuncia di Papa Benedetto. Sento ancora quel  dolore dentro di me che scatena la commozione. Ma tra i momenti brutti non posso dimenticare anche la lunga battaglia che la Radio Vaticana ha dovuto sostenere per difendersi dalle ingiuste accuse di creare condizioni di disturbo e pericolo con la sua attività di trasmissione in Onde Corte e Onde Medie. L’emittente vaticana ha sempre osservato scrupolosamente le regole internazionali e si aveva la netta percezione di essere sotto un vero e proprio attacco strumentale.

D. - La Radio Vaticana ora si trasforma. Come vedi la riforma?

R. - Questa riforma è una operazione che secondo me andava impostata già oltre dieci anni fa. Cioè da quando il mondo della comunicazione si stava trasformando in multimediale. Purtroppo però non c’erano ancora le condizioni per favorire una ristrutturazione e una integrazione degli organi mediatici vaticani a causa di alcune rigidità storiche e di una certa inerzia di creatività. A causa delle risorse limitate e della crisi economica si pensava solo a cercare di ridurre i costi con semplici manovre di ripiegamento. Ora il coraggio e la determinazione di Papa Francesco hanno dato una scossa a tutta la Curia per adeguare la macchina organizzativa alle moderne necessità. Però la riforma del settore delle Comunicazioni avrà successo e conseguirà il suo obiettivo di efficienza solo se il coraggio del Santo Padre ispirerà e sarà guida anche per i riformatori altrimenti sarà una manovra inefficace. Sarà però importante che la riforma tenga conto della irrinunciabilità della comunicazione nell’opera di evangelizzazione della Chiesa, con conseguente consapevolezza di costi inevitabili, e della preoccupazione di non prendere come modello di riferimento i due criteri che sono alla base della comunicazione odierna nel mondo che sono quelli del rispetto del sistema economico vigente e della ricerca del gradimento. Perché altrimenti si rischia di ispirarsi proprio a quei modelli di vita e di economia della teoria dello “scarto” che Papa Francesco non condivide.

D. - Non possiamo non parlare dell'attività di organizzatore dei viaggi papali. Ci puoi raccontare qualche aneddoto?

R. - Ovviamente, di aneddoti ne ho tantissimi, ma voglio raccontare uno di quelli che mi capitò proprio quasi all’inizio di questo mestiere molto particolare, che io ho sempre considerato il mio “dopo-lavoro”, perché ho sempre considerato quello della Radio il “primo” lavoro. Si tratta di un aneddoto che rivela la difficoltà di relazione che talvolta si possono avere con certe personalità. Eravamo alla fine del 1982, per preparare il viaggio in America Centrale – il 17.mo di Giovanni Paolo II – che si è svolto nel marzo del 1983. America Centrale, viaggio di nove giorni in otto Paesi: pensate, questo era lo stile di Papa Giovanni Paolo II. Questo episodio accadde in Guatemala. Arrivammo con padre Tucci per fare il primo sopralluogo e come al solito incontrammo il nunzio apostolico e gli alti rappresentanti della Conferenza episcopale del Guatemala. E tra questi alti rappresentanti c’era il famoso cardinale Casariego, che era una delle figure più carismatiche dell’America Centrale, in quel periodo. Dovete pensare che un cardinale negli anni Ottanta era qualcosa di molto più importante di quello che si può considerare oggi: erano figure veramente carismatiche. Il cardinale Casariego accolse padre Tucci e me, vide padre Tucci con il “clergyman” e me vestito naturalmente da laico. Allora chiamò in disparte padre Tucci e gli fece una lavata di testa, dicendo: “Padre Tucci, io posso anche sopportare che lei, gesuita, venga non con la talare ma con il ‘clergyman’, ma non posso sopportare che lei si presenti con un confratello sacerdote vestito da laico!”. Padre Tucci gli rispose: “Ma eminenza, guardi che quello che lei chiama ‘un confratello vestito da laico’ è un laico, perché è il dr. Gasbarri che è un laico, è un mio assistente, stretto collaboratore”. Quindi, il cardinale Casariego: “Ah, ma allora mi deve scusare padre, perché pensavo che fosse un religioso … Ma allora, dobbiamo trovargli subito una bella ragazza, a questo giovane!” – io ero un trentenne … E padre Tucci subito, con la battuta pronta, gli disse: “Ma eminenza, lei adesso sta cercando di favorire un adulterio, perché il dr. Gasbarri è sposato e ha anche due figli …”. Ecco, questo fu il mio primo approccio con uno dei cardinali considerati personaggi storici in America Latina, in quegli anni.

D. - Cosa ti resta nel cuore di questi viaggi?

R. - Mi restano nel cuore sostanzialmente tre cose: l’avere sperimentato la Chiesa vera dal di dentro, con vite fantastiche di spirito missionario e con totale donazione al Signore e all’umanità. L’aver vissuto il lavoro e l’impegno straordinari delle Rappresentanze Pontificie sparse nel mondo e aver conosciuto la fedeltà, il sacrificio e la competenza dei Nunzi Apostolici e di tutto il personale diplomatico della Santa Sede ai quali va la mia profonda gratitudine per tutto il sostegno e la collaborazione che mi hanno dato nello svolgimento del mio non sempre facile compito. Infine la mia personale esperienza professionale insieme al carissimo Padre Tucci che è stato per me maestro di una intera vita e guida spirituale indimenticabile. 

D. - Il tuo rapporto con i Papi: che ci puoi dire?

R. - E’ stato un rapporto di grande devozione e affetto da parte mia. Ma di grande  fiducia, supporto e pazienza da parte loro. Solo con questi ingredienti si può svolgere questo lavoro, altrimenti non si possono ottenere i risultati auspicati.

D. - Infine, ora che farai?

R. - Il risvolto della medaglia della bellezza e della straordinarietà del mio percorso professionale è quello di aver fatto una vita di grande impegno e sacrificio e di aver dovuto rimandare tante cose al futuro dicendo questo lo farò quando avrò tempo. Ecco ora spero che Dio mi dia il tempo.

(Da Radio Vaticana)