Ermes Ronchi: Chiesa si doni e viva per gli altri

2016-03-07 Radio Vaticana

Seconda giornata di esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana nella Casa del Divin Maestro di Ariccia. Al centro delle meditazioni quaresimali, guidate da padre Ermes Ronchi, dei Servi di Maria, ci sono le domande del Vangelo. Questo pomeriggio si è partiti dal testo di Matteo :”Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si renderà salato?”. Il servizio di Gabriella Ceraso

Sin dal mondo antico il sale è stato elemento prezioso e denso di significati, ma sempre simbolo della conservazione di ciò che vale e merita di durare, come succede in rapporto agli alimenti. I discepoli come il sale, afferma padre Ermes Ronchi, preservano ciò che alimenta la vita sulla terra, la parola di Dio, il Vangelo che, penetrando nelle cose le fa durare. Sale della terra e luce del mondo, dice Gesù nel Vangelo: la loro umiltà è modello per la Chiesa e i discepoli:

“Ecco l’umiltà del sale e della luce. Che non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro, ma valorizzano ciò che incontrano. Così l’umiltà della Chiesa, dei discepoli del Signore, che non devono orientare l’attenzione su di sé, ma sul pane e sulla casa, sullo sterminato accampamento degli uomini, sulla loro fame così grande alle volte che per loro Dio non può avere che forma di un pane”

Come la luce anche noi dovremmo avere sguardi luminosi, spiega padre Ronchi, che quando si posano sulle persone fanno emergere tutto ciò che più bello c’è nell’uomo, e come il sale, anche noi non dovremmo avere valore se non nell’incontro:

“Osservo il sale. Fino a che rimane nel suo barattolo, chiuso in un cassetto della cucina non serve a niente. Il suo scopo è uscire e perdersi per rendere più buone le cose. Si dona e scompare. Chiesa che si dona, si scioglie, che accende, che vive per gli altri. . Se mi chiudo nel mio io, anche se sono adorno di tutte le virtù più belle, e non partecipo all’esistenza degli altri, come il sale e la luce, se non sono sensibile e non mi dischiudo, posso essere privo di peccati eppure vivo in una situazione di peccato.  Sale e luce non hanno lo scopo di perpetuare se stessi ma di effondersi. E così è la chiesa: non un fine, ma un mezzo per rendere  più buona e più bella  la vita delle persone.”

Può accadere però di perdere il Vangelo, di non avere più senso né sapore, di non servire a niente. E succede, osserva padre Ronchi, ogni volta che non siamo capaci di comunicare amore a quanti incontriamo, né speranza, né libertà, che sono doni di Dio. Quando ci omologhiamo al sistema senza voler andare controcorrente, incarnando le beatitudini e quando, seguendo il Vangelo, non cresciamo in umanità:

“Siamo sale che ha perduto il sapore se non siamo uomini risolti, se non ci siamo liberati da maschere e paure. Le persone vogliono cogliere dal discepolo di Gesù frammenti di vita, non frammenti di dottrina. Non se ci è stato posto Dio fra le mani ma che cosa ne abbiamo fatto di quel Dio”.

Ma padre Ronchi ricorda anche la grande fiducia di Dio negli uomini : Gesù non dice infatti “sforzatevi di diventare luce , di avere sapore”, ma “sappiate che lo siete già“. La luce è il “dono naturale di chi ha respirato Dio” e “avere un sapore di vita è il dono di chi ha abitato il Vangelo”. Sta a noi prenderne consapevolezza e trasmettere luce e sapore al mondo. Il nostro compito perchè la luce e il sale non si perdano, conclude padre Ronchi nella sua meditazione, è dare un incanto nuovo all’esistenza, lasciare che Cristo penetri nella nostra vita e vivere in comunione con gli altri:

“Una parabola ebraica dice che ogni uomo viene al mondo con una piccola fiammella sulla fronte, che non si vede se non con il cuore, e che è come una stella che gli cammina davanti. Quando due uomini si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano – ognuna dà e prende energia dall’altra – come due ceppi di legno posti insieme nel focolare. L’incontro genera luce. Quando, invece, un uomo per molto tempo resta privo di incontri, solo, la stella che gli splendeva in fronte piano piano si affievolisce, fino a che si spegne. E l’uomo va, senza più una stella che gli cammini davanti. La nostra luce vive di comunione, di incontri, di condivisione. Non preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare. Non conta essere visibili o rilevanti, essere guardati o ignorati, ma essere custodi della luce, vivere accesi. Custodire l’incandescenza del cuore”

 

 

 

(Da Radio Vaticana)