Dov’è la felicità?

2017-05-16 L’Osservatore Romano

«Gallione, fratello mio, tutti gli uomini vogliono essere felici, ma nessuno riesce a vedere bene cosa occorra per rendere la vita felice. È un traguardo così difficile da conseguire che, se si è presa la strada sbagliata, quanto più ci si affretta, tanto più ci se ne allontana.

 Perché quando la vita conduce in senso contrario, la velocità stessa accresce la distanza. Bisogna allora chiarire anzitutto qual è la nostra meta; quindi studiare bene come raggiungerla al più presto, per capire durante il percorso, quanto si progredisce ogni giorno e ci si avvicina all’oggetto del nostro desiderio. Finché vaghiamo a caso, non seguendo una guida, ma il clamore e le voci discordi che ci chiamano in direzioni diverse, la nostra vita sarà errabonda e breve, anche se ci sforzeremo notte e giorno di tendere alla rettitudine». Così inizia il De vita beata di Seneca, costretto alla morte nell’anno 65, quando ormai era quasi settantenne, dall’antico discepolo Nerone: vivere, Gallio frater, omnes beate volunt.

Del filosofo e prolifico scrittore torna ora in libreria il celebre trattato, giunto mutilo, sulla felicità (Lucio Anneo Seneca, La vita felice, Torino, Einaudi, 2017, pagine XXII + 122, euro 10). Curato e introdotto da Carlo Carena, il De vita beata è presentato con il testo latino a fronte nella scorrevole traduzione di Gavino Manca. Sul tema cruciale della felicità dibattevano le scuole filosofiche — Plotino riprenderà queste discussioni, poco prima della morte nel 270, nel trattato Sulla felicità, tradotto e curato con testo a fronte da Mauro Bonazzi (Torino, Einaudi, 2016, pagine LXVI + 96, euro 18) — e Seneca vi riflette con contenuti e accenti che hanno catturato e affascinato innumerevoli lettori. A riprova della vitalità della sapienza pagana, che già nella tarda antichità i cristiani considerarono una provvidenziale preparazione del messaggio evangelico. (g.m.v.)