​Dossier di Caritas italiana sui giovani che restano in Siria - Come fiori tra le macerie

2017-03-15 L’Osservatore Romano

Roma, 15. «C’è una grande emergenza umanitaria. Tutti sono diventati poveri. Non ci sono acqua, elettricità, tutto è caro e non c’è lavoro»: è la drammatica testimonianza del vescovo di Alep dei Caldei, Antoine Audo, presidente di Caritas Siria, fornita ieri a Roma durante la presentazione del dossier di Caritas italiana intitolato «Come fiori tra le macerie. Giovani e ragazzi che restano», che ha visto anche l’intervento di don Francesco Antonio Soddu, direttore nazionale di Caritas italiana. Nonostante le problematiche dovute al conflitto, infatti, non mancano attività di «promozione della pace e della nonviolenza». Per questo, secondo il presule, è prioritario «aiutare la Siria a trovare una soluzione che porti pace e riconciliazione».

Il documento contiene, oltre a dati e a testimonianze con un focus su «quel che resta della Siria» (o meglio su «chi resta in Siria»), uno studio realizzato da Caritas Siria e Caritas italiana, in collaborazione con Avsi, Engim, Vis e il patriarcato armeno.

Dopo sei anni di guerra, di conflitti interni, di persecuzioni politiche e religiose e di azioni terroristiche, che hanno provocato oltre 470.000 morti e 1.880.000 feriti, in Siria l’85 per cento della popolazione vive in povertà, in famiglie con seri problemi economici e senza un lavoro. Al tema della disoccupazione si aggiunge quello della migrazione. Dallo studio emerge che l’87,5 per cento degli intervistati afferma che i giovani si trovano in famiglie con problemi legati ai fenomeni migratori: moltissimi infatti hanno visto i propri familiari partire e le famiglie di origine dividersi, tanto che il 64,9 per cento degli intervistati ritiene che i giovani affrontino in maniera problematica le relazioni familiari.

Preoccupante anche il dato legato all’educazione: la maggioranza degli intervistati, il 61,9 per cento, pensa che i ragazzi in famiglia vivano problemi legati alla mancanza di opportunità formative ed educative. Lo studio sottolinea anche i comportamenti a rischio dei giovani siriani: il 67,4 per cento degli intervistati vede «i comportamenti violenti» come frequenti, mentre il 66,4 per cento dichiara che i giovani girano armati.

Nonostante la guerra, i ragazzi cercano di vivere una vita il più normale possibile, al pari di molti coetanei che risiedono in regioni interessate da conflitti.