Disponibile in rete un atlante sulla diffusione delle cure palliative in diversi paesi dal Marocco al Pakistan - Solo la collaborazione può colmare le differenze

2017-09-12 L’Osservatore Romano

Da poco disponibile liberamente in rete, sul portale dell’università di Navarra, l’Atlas of Palliative Care in the Eastern Mediterranean Region (dadun.unav.edu/handle/10171/43303) colma una lacuna importante. Il contributo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’International Association for Hospice and Palliative Care (Iahpc), in particolare della professoressa Liliana de Lima, ha reso possibile anche la pubblicazione cartacea oltre che digitale.

Come si legge nella prefazione del principale curatore, il professor Carlos Centeno dell’università di Navarra, «il libro rappresenta il primo sforzo mirante ad una valutazione sistematica delle risorse, delle attività e dei bisogni di cure palliative nella regione». Nato dallo sforzo congiunto tra il Lebanese Center for Palliative Care — Balsam e l’Atlantes Research Program dell’Istituto per la Cultura e la Società dell’Università di Navarra, il lavoro, curatissimo anche nella presentazione grafica e molto chiaro in ogni sua parte, apre una finestra su un mondo tormentato e in continua evoluzione, quello del Vicino oriente e di molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco, Oman, Pakistan, Territori Palestinesi, Qatar, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia, Emirati Arabi Uniti sono le nazioni considerate per le quali è stato possibile individuare dei referenti ai quali inviare questionari per la raccolta dei dati. Yemen, Bahrain e Libia non hanno risposto mentre per Afghanistan, Djibouti, Re pubblica Araba Siriana e Somalia non è stato possibile individuare collaboratori al progetto di studio: questi ultimi paesi non compaiono perciò nell’atlante.

Dopo una precisa descrizione dei materiali e dei metodi utilizzati il lavoro si presenta in due parti distinte: una serie di mappe tematiche e un’analisi della situazione paese per paese. Trattandosi di nazioni per le quali fino ad oggi la disponibilità di dati è risultata molto scarsa, la lettura e la visione delle mappe permette di esplorare un mondo quasi sconosciuto anche per chi di cure palliative si occupa per professione; il taglio multidisciplinare (che si giova anche della collaborazione di uno storico come Eduardo Garralda) non limita l’analisi alla sola dimensione medica ma la arricchisce in ogni direzione.

La situazione geopolitica e socioeconomica dei paesi analizzati permette ad esempio di comprendere come non vi sia alcuna correlazione tra sviluppo socioeconomico e livello di avanzamento delle cure palliative. «Sebbene infatti paesi ad alto reddito come l’Arabia Saudita — si legge — dispongano di cure palliative più avanzate» ve ne sono altri altrettanto ricchi che muovono i primi passi. Al contrario paesi poveri come Egitto, Pakistan e Sudan mostrano una «sostanziale attività di cure palliative». Il Libano, paese in cui vive e lavora la dottoressa Alaa Rihan che è una delle promotrici del lavoro, ha addirittura una specialità universitaria di medicina palliativa (cosa, ricordiamo, che non esiste in Italia), i vicini territori palestinesi non hanno alcun programma attivo di cure palliative.

In molti paesi, ad iniziare da quelli che nemmeno compaiono nell’atlante, le guerre continue e l’instabilità politica giocano un ruolo fondamentale nell’impedire lo sviluppo di una disciplina che ovunque nell’area risulta attiva comunque da non molti anni in confronto all’occidente. Se infatti si approfondiscono le “pietre miliari” dello sviluppo della disciplina paese per paese il dato appare evidente: un paese ricco come il Kuwait ha visto l’apertura del primo servizio di cure palliative solamente nel 2010. Il dato del consumo annuale di oppioidi, un importante indice dell’adeguatezza del trattamento del dolore severo, è in generale molto lontano dagli standard europei ad eccezione dell’Arabia Saudita.

Le conclusioni che si traggono dalla lettura di questo splendido lavoro vanno in due opposte direzioni: da un lato si prende atto con rammarico del tempo perso in molti paesi sulla via di uno sviluppo completo di programmi di cure palliative in grado di offrire alla popolazione un aiuto concreto nel difficilissimo momento della malattia grave o in fase di terminalità, dall’altro alcuni sorprendenti avanzamenti lasciano nonostante tutto ben sperare. Anche in situazioni difficili la semina di una cultura palliativa ha saputo portare frutti anche dove non si pensava fosse possibile ottenerne: il lavoro da fare resta moltissimo e solo la collaborazione internazionale può colmare le differenze osservate.

di Ferdinando Cancelli