Dialogo e convivenza pacifica- Intervista al cardinale Filoni sul viaggio in Myanmar e in Bangladesh

2017-12-07 L’Osservatore Romano

In Myanmar e in Bangladesh il Papa ha incontrato una Chiesa minoritaria ma vivace nella fede e dinamica nelle opere sociali: una Chiesa che non fa politica né proselitismo ma è aperta al dialogo e alla convivenza pacifica. Di questa realtà è stato testimone diretto il cardinale Fernando Filoni, che ha accompagnato Francesco durante la visita nei due paesi asiatici. In questa intervista all’Osservatore Romano il prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli traccia un bilancio del viaggio, rimarcando soprattutto l’entusiasmo e la partecipazione della gente.

Conosceva già questi due paesi?

Le ordinazioni sacerdotali a Dhaka (1 dicembre 2017)

Ero stato due anni fa in Bangladesh per il venticinquesimo della fondazione della diocesi di Rajshahi, una Chiesa a prevalenza tribale, al confine con l’India. Era il settembre 2015 e nella circostanza mi recai pure nella capitale Dhaka: anche perché il cardinale arcivescovo Patrick D’Rozario era stato primo pastore di Rajshahi. Invece per quanto riguarda il Myanmar non avevo mai avuto occasione di andarvi: è stata un’esperienza davvero molto interessante, perché abbiamo potuto vedere come pian piano questo paese cominci ad aprirsi; nello stesso tempo, si può anche capire quale ruolo potrà svolgervi al suo interno la Chiesa.

Quale rapporto ha Propaganda Fide con le Chiese in Myanmar e in Bangladesh?

Sono territori considerati di missione e quindi affidati al nostro dicastero, per cui le relazioni sono molto strette. Noi da Roma ci occupiamo del sostegno di queste giovani Chiese minoritarie, al fine di venire incontro alle loro problematiche. E naturalmente il primo aspetto che Propaganda Fide raccomanda è l’evangelizzazione nel paese stesso.

Un’evangelizzazione che deve fare i conti con le realtà maggioritarie del buddismo in Myanmar e dell’islam in Bangladesh?

Ovviamente sì. Tuttavia bisogna tener conto che la maggior parte del lavoro missionario viene svolto tra le etnie tribali, le quali sono molto aperte all’accoglienza del Vangelo. Devo anche dire che le vocazioni, numerose nelle diocesi di ambedue i paesi, fioriscono per la quasi totalità in questi territori etnico-tribali. L’aspetto interessante è che i giovani che si sentono chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata, provengono da famiglie cattoliche già da più di una generazione e al tempo stesso, appartenendo alle realtà tribali, conoscono usi, costumi, lingua e modalità per avviare l’opera evangelizzatrice.

In effetti, in Myanmar i seminaristi sono più di un migliaio e quasi altrettanti in Bangladesh, su appena settecentomila cattolici nel primo caso e addirittura la metà nel secondo. A cosa si deve questa primavera vocazionale?

Credo che soprattutto in Bangladesh dipenda dal fatto che sia molto efficace l’opera sociale svolta attraverso le nostre scuole e i nostri dispensari, sia da parte delle parrocchie, sia da parte dei religiosi, in particolare dalle religiose. Io avuto mondo di vedere con quale entusiasmo queste etnie partecipano alla vita della Chiesa: proprio perché minoritarie sentono ancor di più il senso di appartenenza, ma anche il vigore, forse anche per difendersi in qualche modo dalla predominanza non cristiana. E questo dà ai fedeli cattolici anche un incoraggiamento per essere vivi nella fede, partecipi nella vita ecclesiale e pastorale in tutte le forme e in tutti i modi.

Per la prima volta durante un viaggio internazionale Francesco ha ordinato sacerdoti. In una realtà in cui il fondamentalismo islamico sta mettendo radici, c’è il rischio che questi giovani preti di Dhaka possano avere paura?

Non credo. Sono uomini che provengono dall’ambiente stesso, conoscono perfettamente tutti gli aspetti positivi e anche le difficoltà. E da questo punto di vista non ravviso particolari timori o problemi di significativa gravità. Proprio mentre eravamo in Bangladesh è stato liberato un prete che era stato sequestrato; ma si tratta di banditismo, non era questione religiosa. L’hanno rilasciato proprio il giorno delle ordinazioni e il cardinale arcivescovo di Dhaka era contento, lo considerava un dono della Provvidenza. Ogni tanto capita che qualche sacerdote possa essere preso di mira, ma quasi sempre si tratta delle azioni di criminali comuni che puntano a ottenere un riscatto. I nostri preti comunque sono completamente adattati alla realtà: la conoscono, ne fanno parte, ci può essere qualche pericolo — come in ogni altro luogo del mondo — ma non credo che ne siano condizionati. Inoltre, grazie a Dio, alcuni vengono a studiare anche a Roma, dove li ospitiamo nei nostri collegi missionari — Urbano, San Pietro, San Paolo — e poi ritornano con un bagaglio di formazione per poter far crescere le vocazioni e i seminari locali.

Quali aspetti pastorali si possono rimarcare nelle due tappe della visita?

Credo che nel cuore di Papa Francesco ci sia stata la volontà di non dimenticare, non emarginare queste Chiese, che apparentemente si trovano lontane da Roma e comunque appaiono poco numerose. Ma il Papa ha una visione inclusiva della Chiesa e quindi il fatto di recarsi in paesi dove le comunità cristiane sono piccole, non significa che non siano nel cuore della Chiesa e che a loro non sia riservata tutta l’attenzione che meritano. È stata una visita pastorale di grande incoraggiamento per i vescovi, per il clero ma anche per la gente; un viaggio che, come dice Francesco, ha fatto bene a lui, ma ha fatto bene anche alla Chiesa stessa: l’entusiasmo con cui è stato accolto, durante tutte le manifestazioni e celebrazioni, credo sia la dimostrazione migliore. Il Papa ha poi chiamato queste Chiese a essere testimoni di dialogo, di convivenza e di evangelizzazione attraverso la testimonianza, non il proselitismo. Credo che pastoralmente questa visita sia stata più che efficace e penso che nel cuore dei fedeli rimarranno a lungo gli incontri, le parole e questo affetto del Papa nei loro confronti.

Ci sono stati incontri con persone o situazioni che l’hanno colpita in modo particolare?

Anzitutto la stima che si ha verso la Chiesa cattolica, manifestata sia negli incontri protocollari, sia parlando con alcune personalità. In Bangladesh, dove la Chiesa è ancor più minoritaria, il prestigio di cui gode è inversamente proporzionale al numero dei fedeli. Questo perché essa non fa proselitismo e perché le sue istituzioni sono aperte; per cui persone di altre fedi, musulmani e altre minoranze, possono beneficiare delle scuole cattoliche e di altri servizi che vengono resi all’intera popolazione. Una stima che è fondata su una considerazione del ruolo positivo della Chiesa. Mentre in Myanmar, poiché le scuole furono nazionalizzate anni fa, la considerazione non è secondo me allo stesso livello: c’è stima, ma non è fondata sugli stessi elementi del Bangladesh. Tuttavia, siccome ovunque siamo andati, anche da parte del mondo buddista c’è stata attenzione per la visita del Papa, questo non può che far crescere anche la considerazione per la Chiesa cattolica. Il Myanmar è un paese che si sta aprendo e, in questo caso, forse dovremmo aspettare e lavorare un po’ di più.

Quali ricordi ha riportato con sé a Roma?

Soprattutto l’entusiasmo della gente: mi ha colpito per esempio che alla messa celebrata a Yangon ci sia stata una massiccia partecipazione di cristiani venuti anche da molto lontano, per poche ore di vita ecclesiale con il Papa e i vescovi. Ciò indica con quale affetto e con quale amore queste popolazioni guardano anche alla Chiesa. Il fatto che per la prima volta un considerevole numero di persone si sia radunato, e che tutto sia stato bello, pacifico e tranquillo, lascia una buona testimonianza che la Chiesa cattolica non ha un ruolo politico, né di contrapposizione con altri interessi.

di Gianluca Biccini