Di Segni: Francesco in Sinagoga, segno di amicizia e rispetto

2016-01-14 Radio Vaticana

Grande attesa per la visita di Papa Francesco, domenica prossima, alla Sinagoga di Roma. Si tratta della terza visita di un Pontefice al Tempio maggiore della capitale dopo la prima storica visita di San Giovanni Paolo II del 1986 e quella di Benedetto XVI nel 2010. Sull'attesa per questa visita Fabio Colagrande ha intervistato il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni:

R. – E’ un invito che è stato fatto appena eletto, con tutta la calma necessaria per poterlo programmare, ma ci sembrava importante che anche questo Papa varcasse le porte della Sinagoga dopo i suoi due predecessori. Un invito necessario e fatto con simpatia.

D. – Ci può anticipare come si svolgerà, in grandi linee, la visita?

R. – Sostanzialmente, ci sarà un omaggio ai ricordi della deportazione e dell’attentato alla Sinagoga. Poi, la cerimonia si svolgerà tutta all’interno con un ingresso molto lungo, nel senso che, proprio per desiderio di questo Papa, lui stesso si fermerà a stringere la mano al maggior numero di persone possibile. Poi ci saranno i discorsi ufficiali.

D. – E quali persone della comunità incontrerà il Papa, durante la visita?

R. – Incontrerà i rappresentanti di tutte le organizzazioni e di molteplici enti che si occupano ciascuno dei vari settori organizzativi, rappresentativi, educativi della comunità; incontrerà poi rappresentanti dell’ebraismo mondiale che vengono apposta per l’occasione; molti rabbini, sia italiani, sia israeliani e il presidente dei rabbini europei.

D. – Anche ex deportati?

R. – Certamente.

D. – Quali differenze con le visite dei predecessori di Papa Francesco?

R. – Non devo spiegarlo a voi: ognuno di questi Papi ha la sua personalità e si colloca in un momento storico diverso. Per cui, la prima visita di Giovanni Paolo II è stato un evento epocale, rivoluzionario; la seconda visita ha voluto segnalare un desiderio di continuità nello stile suo proprio di Benedetto, di rapportarsi con l’ebraismo. E questa terza rappresenta in qualche modo lo stile di questo Papa: la sua storia e il suo carattere.

D. – In questo particolare momento storico, quale messaggio verrà da questo incontro?

R. – Io credo che dobbiamo mandare un messaggio fondamentale, che è quello che le differenze religiose sono una ricchezza per la società, portano pace, portano progresso e quindi in senso talmente opposto a quello che sta succedendo per altri allarmanti segnali che vengono da altri mondi religiosi.

D. – Da rabbino capo, come legge l’emergenza immigrazione che colpisce l’Europa, la paura degli estremismi religiosi che si fa sempre più forte?

R. – Su questo argomento prima di tutto c’è un messaggio fondamentale di solidarietà umana rispetto a chi è perseguitato, a chi fugge, a chi ha bisogno di costruire la vita in modo sereno con adeguate opportunità economiche; esiste, d’altra parte, la preoccupazione nei confronti di chi non è disposto ad accettare le più elementari regole di convivenza e vuole imporre, senza integrarsi, modelli diversi, violenti. E quindi, bisogna trovare una soluzione rispetto a queste due esigenze.

D. – E la cultura, la memoria delle comunità ebraiche può essere d’aiuto, in queste circostanze?

R. – Decisamente sì, in due direzioni. Nel senso che noi comprendiamo, per la nostra storia, l’esigenza di venire incontro a chi si deve muovere; d’altra parte, noi forniamo un modello estremamente importante di integrazione nella società, al cui progresso abbiamo sempre contribuito, quando ci è stato reso possibile.

D. – Celebrando i 50 anni della “Nostra Aetate”, Papa Francesco ha detto recentemente che il Concilio ha tracciato la via: no all’antisemitismo e a ogni discriminazione, da nemici ed estranei ad amici e fratelli. E’ d’accordo su questa lettura dei rapporti tra ebrei e cattolici?

R. – Sì, tendenzialmente questa è la linea. Dobbiamo sviluppare assolutamente un rapporto di collaborazione e di rispetto reciproco, che dovrà essere un grande segno per noi e per tutti.

D. – La Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato di recente un documento sulla dimensione teologica del dialogo tra ebrei e cattolici: come giudica questo documento, e quali temi restano aperti da questo punto di vista?

R. – Questo documento è molto importante, perché a 50 anni dalla Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate” era necessario avere una sorta di messa a punto sullo stato dei lavori, sullo stato delle cose. Si tratta di una riflessione tutta interna al mondo cristiano sulla quale noi, dal punto di vista teologico, non possiamo assolutamente intervenire, né eccepire. Quello che invece prendiamo in considerazione sono le conseguenze pratiche di questo, e sono conseguenze pratiche importanti che vanno dalla considerazione del rispetto che viene formulato nei confronti dell’ebraismo come Popolo di Dio vivente, e dal rigetto di forme organizzate di conversione e di evangelizzazione. Quindi, sono cose molto importanti. Poi, ovviamente, su molte questioni si può – anzi, si deve – continuare a confrontarsi. Ma è una base importante per capire a che punto siamo arrivati.

D. – Come considera il contributo dato da Papa Francesco, in questi quasi tre anni di pontificato, al dialogo tra ebrei e cattolici?

R. – Ha dimostrato ripetutamente il suo interesse al confronto, al dialogo, al rapporto amichevole; ha accolto numerose delegazioni; ha visitato lo Stato d’Israele, ha fatto affermazioni importanti dicendo che anche il rifiuto dello Stato d’Israele rappresenta una forma di antisemitismo … in generale, ha confermato e rafforzato un clima rispettoso.

(Da Radio Vaticana)