Dalle bambine soldato in Africa a padre Pino Puglisi- Cadere e rialzarsi

2017-09-07 L’Osservatore Romano

Quello in cui viviamo è un tempo in cui è di obbligo essere forti e vincenti, o almeno dare questa immagine di sé. Non c’è spazio per chi inciampa, per chi affronta una crisi che, importante o meno che sia, metta di fronte alle proprie fragilità. Chi è costretto ad affrontare una dura prova si chiude sempre più in sé stesso, avvolto in una spirale di depressione e autocommiserazione che gli impediscono di superare le difficoltà e che lo isolano dalla famiglia, dagli amici, dalla comunità tutta a cui appartiene e che pure ha un ruolo fondamentale nel difficile momento di rialzarsi e continuare a vivere. 

«Seminatore al tramonto», Vincent van Gogh (1888)

È per questo che Resilienza di Sergio Astori (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2017, pagine 141, euro 16) è un saggio che offre un utile sostegno a chi, come recita la dedica, «è scartato o si sente uno scarto» perché testimonia, attraverso molteplici e diverse esperienze, che affrontare un evento traumatico è una possibilità che riguarda tutti, a livelli diversi, e che, sempre, si può — e si deve — reagire positivamente quando nella vita accade un evento che ci trova impreparati. Ha ragione don Sergio Massironi nella sua interessante prefazione quando dice che Resilienza è un testo divulgativo, che riesce a dare una risposta agli interrogativi più comuni di chi soffre.
Impariamo da Sergio Astori che resilienza è un termine tecnico usato dall’ingegneria allo sport, passando per la biologia e la finanza e che la peculiarità di chi è resiliente non è solo la forza di buttarsi tutto alle spalle e andare avanti, ma anche la capacità di accettarsi nella debolezza e, nella propria fragilità, trovare le risorse per rinascere da un trauma.
Leggendo le esperienze raccolte, così diverse le une dalle altre, si compie il primo passo verso il recupero della capacità di resilienza: fermarsi e ascoltare. Prendiamo del tempo e ascoltiamo ciò che queste vite ci raccontano, lasciamo che queste storie ci insegnino come accettare il dolore, viverlo, definirlo e poi, solo alla fine, superarlo. Quello di Astori è un invito a riscoprire l’importanza del tempo e della pazienza, termini che mal si conciliano con la smania contemporanea di avere tutto e subito.
Azzeccato il riferimento alla celebre fiaba di Hans Christian Andersen, Il brutto anatroccolo che porta il messaggio importante che per le cose belle bisogna saper aspettare: come lo scrittore danese, dopo una vita di miseria, ha saputo rinascere attraverso le sue fiabe, così il brutto anatroccolo, allontanato da tutti, ha dovuto attendere l’arrivo della primavera per diventare cigno. Tempo e pazienza, dunque, ma anche ascolto, di sé stessi e degli altri.
Spesso, infatti, cambiamenti improvvisi possono metterci di fronte a una parte di noi inaspettata e non sempre gradita e si corre il rischio di scappare da sé stessi per sfuggire all’immagine del perdente che si crede di essere. Le storie che leggiamo ci raccontano invece di come sia importante guardarsi dentro e ascoltarsi, saper definire il proprio dolore, dargli un nome, una storia di cui si è i protagonisti e, soprattutto, trovare chi sia disposto ad ascoltare questa storia con spirito di accoglienza.
Vengono in mente i celebri versi del poeta latino Terenzio, «Sono uomo e nulla di ciò che è umano mi lascia indifferente», che sottolineano l’importanza, per chi sta soffrendo, del conforto di chi ci è accanto. E d’altro canto, se la vita è fatta di relazioni, è giusto che tutti si sentano partecipi di ciò che accade al prossimo.
A testimonianza del ruolo fondamentale della comunità nel lungo viaggio della ricostruzione di sé, è emblematica la storia delle bambine soldato in Africa, costrette a subire terribili violenze, che, se riaccolte nella famiglia e nella comunità hanno altissime possibilità di considerare quei terribili eventi come un momento passato della loro vita e sono anche in grado di guardare al futuro con maggiore serenità. Allo stesso modo, una depressione dovuta a una malattia deve trovare nella famiglia luogo di incontro, dove riscoprire, in ciò che si è stati, la forza per affrontare nuove realtà.
La resilienza è infine fatta di semplicità, tenacia e determinazione, qualità che si incarnano in padre Pino Puglisi, il parroco ucciso dalla mafia nel 1993, che essendo semplicemente un prete, vivendo pienamente la sua vocazione, ha mostrato ai giovani siciliani un’alternativa alla realtà mafiosa.
Molte crisi nascono dall’incorrere in eventi che non sono stati programmati e a cui gli uomini non sanno fare fronte, stoltamente convinti di essere padroni del tempo. Non è così: il tempo che viviamo è “donato e ricevuto”, ma non possiamo dominarlo.
Già il filosofo stoico Seneca nelle sue riflessioni invita a fare buon uso del tempo e a saperlo vivere pienamente. Nelle Epistole a Lucilio si legge che la vita, quando si sa farne buon uso, non è mai troppo breve, ed è anche la lezione che ci viene dalla vita di Padre Pino Puglisi. Credere di poter pianificare tutto, pretendere di poter controllare la nostra vita e il nostro tempo, è pura follia. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, leggiamo ancora nelle Epistole: il destino conduce chi si lascia trasportare e trascina chi oppone resistenza.
Questo messaggio andrebbe riscoperto anche alla luce del Vangelo di Matteo, che con l’estote parati ci ricorda che non possiamo sapere quando arriverà la nostra ora, a quali prove saremo chiamati, ma dobbiamo imparare ad accompagnare docilmente i cambiamenti di rotta, e a essere più indulgenti con noi stessi e con gli altri.

di Angela Mattei