Dalla parte di Felipito. E della minestra

2012-08-14 L’Osservatore Romano

Mafalda ha da poco compiuto cinquant’anni, e li dimostra tutti; il fatto è che la “sorella acida di Charlie Brown”, come è stata ribattezzata sui giornali spagnoli in occasione dell’ultimo compleanno — una definizione che, nella sua genericità, non rende giustizia alla sua lunga e onorata carriera di “personaggio pubblico di carta” — non è mai stata una bambina. Mafalda non si stupisce mai di niente, è un piccolo dittatore in gonnella che tratta con supponenza i genitori, gli amici, il mondo intero; il suo “Abbasso la minestra” non è solo un capriccio banale, normale in una bimba, ma il paradigma del suo atteggiamento verso la realtà. Tutto è sbagliato, gli altri sono “sbagliati”, il mondo intero è “sbagliato”: per questo la cifra della piccola peste dai capelli corvini è il lamento perenne (o l’evasione nel sogno e la ricerca di un modo facile e rapido per non affrontare i problemi, simboleggiata dai “tranquillanti Neurocalm” presenti in tante vignette).

La costante preoccupazione per il mondo, l’attenzione alle complesse logiche della politica e della società, è sempre rivolta ai massimi sistemi, non si piega mai alla concretezza della vita quotidiana. Mafalda “cura” in senso letterale il mappamondo, lo accudisce misurandogli la febbre, disinfettandolo e medicandolo, ma considera i genitori piccoloborghesi frustrati, pur volendo loro molto bene.

Raramente riescono ad ottenere la sua stima i suoi migliori amici: Susanita (presa in giro perché sogna di sposarsi e avere una famiglia numerosa), Manolito, ossessionato dai soldi e dal negozio di papà, e Felipe, che ama leggere le storie del Cavaliere solitario e ha sempre paura di non finire in tempo i compiti a casa; l’unico, della tribù creata da Quino capace di mettere in discussione se stesso e non incolpare sempre gli altri quando le cose non vanno come dovrebbero. Un’autocritica anche troppo vigile, che lo rende fragile e insicuro: Felipito è innamorato di Mauriel, una bambina dai lunghi capelli scuri, ma non ha il coraggio di dichiararsi ed ogni volta che la vede fa di tutto per evitarla. Dietro il sorriso sghembo di Felipe si nasconde il volto di un caro amico di Quino, lo scrittore e giornalista argentino-cubano Jorge Timossi morto nel 2011. Nato a Buenos Aires nel 1936, Timossi lavorava all’agenzia di stampa Prensa Latina, di cui è stato uno dei fondatori all’Avana. È stato corrispondente e inviato speciale in vari Paesi, seguendo guerre e rivoluzioni; ha viaggiato a lungo in Francia, Messico, Algeria, Angola, Libia, Sudan e Marocco.

Visitare i murales che la città di Godoy Cruz ha recentemente dedicato al clan della piccola sessantottina eternamente sotto il metro e mezzo può essere anche l’occasione per riscoprire l’opera letteraria di Jorge “Felipe” Timossi, autore di molte opere narrative e poetiche, tra cui Las cosas como son (1991) e Racconti minimi, scritto nel 1995 e tradotto in italiano da Baldini Castoldi Dalai editore (1999). Le micro-narrazioni e i mini-racconti raccolti da Timossi sono minuscoli capolavori in pillole, che rientrano in un genere molto amato in America Latina. In queste pagine Timossi si diverte a percorrere con levità e gusto dell’assurdo la superficie del mondo reale, il tutto valorizzato dal disegno semplice e nitido delle illustrazioni di Quino.

Tornando al parallelo con Schulz citato all’inizio, davvero Mafalda con i fan del Grande Cocomero (ma nell’originale americano si parla di una “grande zucca”) non ha niente a che spartire, nel bene e nel male. La difesa d’ufficio di Charlie Brown non può che partire dal bel saggio di Simona Bassano di Tufillo pubblicato da Donzelli editore due anni fa, Piccola storia dei Peanuts: «Chissà se Adorno leggeva fumetti oltre ai romanzi americani che amava criticare. Chissà — continua l’autrice — se qualche striscia di Schulz è mai passata sotto il suo sguardo, forse per caso, durante la lettura di un quotidiano, magari attirato da quel cognome di chiara origine tedesca. In caso l’abbia fatto, avrà certamente trovato nel fumettista americano un alleato armato di pennino a china, usato come un cerotto: per unire, per rinsaldare il senso di comunità perduta, curando l’“esperienza ferita” attraverso quel ripensamento ex novo dell’individualità critica e creativa che il filosofo tedesco auspicava. (...) Comiche monadi spinoziane si riscattano dall’incomunicabilità attraverso l’accettazione dell’altro da sé che nasce proprio dal contatto continuo e inevitabile nella convivenza obbligata, che rafforza il senso comunitario e la percezione, insita nella cultura statunitense, di se stessi come unici ma allo stesso tempo parte di un tutto»; è proprio a questa accettazione dell’altro da sé che Mafalda è strutturalmente e caparbiamente allergica.

«Triste scoperta: siamo facoltativi!»

Silvia Guidi