Controcorrente - La Lettera ai capi dei popoli belligeranti del 1° agosto 1917 voluta da Benedetto XV

2017-07-31 L’Osservatore Romano

La Lettera ai Capi dei popoli belligeranti (questo il titolo esatto) del 1° agosto 1917 — resa celebre dall’inciso, «inutile strage», di radicale condanna della guerra — è sicuramente il documento papale più importante fra quelli emanati nei quattro anni e mezzo di guerra. Ma tutta la linea di condotta della Santa Sede durante la prima guerra mondiale sta emergendo dalla storiografia più recente, stimolata anche dalla ricorrenza del centenario del conflitto, come straordinariamente innovativa e anticipatrice del futuro. E al centro della politica vaticana c’è la figura, fisicamente tutt’altro che imponente, di Benedetto XV — sul quale nessuno oggi ripeterebbe il giudizio, «Papa sconosciuto», che ne dava lo storico britannico John Pollard in una biografia uscita nel 2000 — accanto al quale va ricordato il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Gasparri, l’insuperato canonista che proprio la tragedia del conflitto trasformò in consumato uomo di governo. 

Benedetto XV nel suo studio

Benedetto fu eletto alla tiara (superando di un solo voto, sembra, il quorum richiesto) in un momento tragico, il 3 settembre 1914, un mese soltanto dopo l’inizio delle ostilità, al termine di tre giorni di conclave in cui i cardinali degli opposti schieramenti (sei francesi, due inglesi, un irlandese e un belga da una parte, quattro austro-ungarici e due tedeschi dall’altra) neppure si rivolgevano la parola. Veniva dalla migliore scuola diplomatica romana, quella di Rampolla del Tindaro (morto improvvisamente nel 1913, quando molti osservatori lo accreditavano come futuro pontefice), ma da sei anni reggeva la diocesi di Bologna, fuori dal centro del potere e dalle sue ossessioni antimoderniste, senza godere delle simpatie di Pio X. Avendo ricevuto il voto determinante dei cardinali austro-ungarici, per equilibrare l’immagine esterna del nuovo governo pontificio scelse come segretario di Stato Domenico Ferrata, già nunzio a Parigi e per questo gradito ai francesi.
Ferrata morì subito, un mese soltanto dopo essere stato nominato, e Benedetto, in soli tre giorni, una rapidità insolita nelle abitudini curiali, che conferma quanto l’emergenza bellica incalzasse le decisioni romane, lo sostituì con Pietro Gasparri, l’uomo che stava portando a termine l’immane lavoro della codificazione del diritto canonico. Questi era vissuto quasi vent’anni a Parigi, politicamente si era formato in Curia e, come nunzio, in America Latina. L’esperienza non gli mancava, ma non era compromesso, andava bene ai francesi e non era sgradito agli altri. Fu dunque il tandem Benedetto-Gasparri che, con la massima energia e una straordinaria capacità di lavoro, resse la Chiesa durante la guerra.
La scelta dell’imparzialità fra le parti in lotta (non della neutralità, come spesso si ripete) da loro imposta emerge oggi come saggia e lungimirante, quasi una via maestra per la Chiesa del Novecento, ma costò allora al Vaticano un drammatico isolamento. Non solo, come è ovvio, rispetto ai belligeranti, ma anche rispetto agli episcopati, al clero, ai fedeli, ai politici (si pensi, per rimanere in Italia, a Luigi Sturzo), tutti più o meno schierati con i rispettivi governi, quando non travolti dalla febbre nazionalistica. Nello stesso collegio cardinalizio emersero drammatiche fratture, come nel caso dell’arcivescovo belga Desiré Mercier, che apparve in qualche momento quasi espressione di una politica alternativa alla Santa Sede.
E l’imparzialità si accompagnò a una condanna senza appello della guerra, «orrenda carneficina che da un anno disonora l’Europa», scriverà Benedetto il 28 luglio 1915, nel primo anniversario dell’inizio del conflitto, anticipando le parole che userà due anni dopo. Oggi queste espressioni ci sembrano scontate, allora suscitarono sarcasmo e disprezzo, essendo in radicale controtendenza rispetto all’orgia bellicista che contagiò politici, poeti, scrittori, intellettuali. Pensiamo ai nazionalisti alla Corradini, ai futuristi come Marinetti, a Giovanni Papini, che poi si pentirà e farà ammenda, ma nel 1914, su «Lacerba» (n. 20), scrisse un indecente Amiamo la guerra!, e l’anno seguente, quando l’Italia decise l’entrata nel conflitto, un Abbiamo vinto! non meno avvilente. La solitudine della posizione vaticana va rapportata al clima del tempo, non a quello odierno.
Con lo stesso metro deve essere vista l’altra intuizione quasi profetica del Papa: che la guerra sarebbe stata il «suicidio dell’Europa», espressione che egli usò varie volte (lettere al cardinale Pompilj del 4 marzo 1916 e al cardinale Gasparri del 5 maggio 1917, allocuzione al sacro Collegio del 24 dicembre 1917). Il futuro gli avrebbe dato ragione: iniziarono allora, infatti, il declino del continente, il tramonto della sua centralità, l’ascesa dei popoli nuovi e dell’egemonia americana. Ma ad accorgersene subito sembra sia stata quasi soltanto la Santa Sede, sgomenta davanti al dilagare incontrollato dell’ebbrezza nazionalistica. Nessuno mise nel conto che le umiliazioni inflitte allora avrebbero generato odi e rancori che prima o poi sarebbero esplosi in nuovi conflitti. L’oltraggio incautamente inflitto dalla Germania alla Francia nel 1870 era un precedente che non aveva insegnato nulla a nessuno. Il Papa, invece, saggiamente avvertì (esortazione apostolica del 28 luglio 1915) che «le Nazioni non muoiono: umiliate ed oppresse, portano frementi il giogo loro imposto, preparando la riscossa e trasmettendo di generazione in generazione un triste retaggio di odio e di vendetta». Di nuovo, la conferma sarebbe venuta dal futuro: passato di padre in figlio, quel «desiderio di riscossa» sparse veleni che hanno infettato a lungo il clima pubblico europeo, diffondendosi in qualche caso ben oltre il secondo conflitto mondiale. Anche in questo caso i vecchi governanti vaticani vedevano più lontano dei giovani governanti del continente.
Con Benedetto e Gasparri la politica d’oltretevere abbandonò i toni moralistici e misticheggianti d’un tempo e operò con lucidità, con realismo politico, valutando le forze in campo, avendo presente il quadro complessivo del continente, senza essere legata a interessi di parte, diversamente dalle cancellerie e dai comandi militari, limitati da visioni settoriali e parziali. Fino al mese di maggio del 1915 il Vaticano mise in opera ogni sforzo per tenere l’Italia fuori dalla guerra, valendosi anche dei buoni uffici del barone Carlo Monti, il funzionario governativo italiano che Benedetto, solo tre giorni dopo l’elezione, aveva proposto come intermediario fra le due sponde del Tevere (i suoi preziosi diari sono stati pubblicati da Antonio Scottà nel 1997). In marzo Eugenio Pacelli, la figura allora emergente del governo pontificio, che due anni dopo assumerà la nunziatura in Germania, fu inviato a Vienna per premere direttamente sull’imperatore affinché l’Austria cedesse il Trentino. Ma fu tutto inutile. L’Austria non voleva cedere e l’Italia (monarchia e vertice governativo) voleva la guerra.
L’angoscia vaticana per la discesa in campo di Roma non era soltanto dettata dalla preoccupazione per l’avvenire della Santa Sede, allora non ancora garantita dal riparo territoriale e giuridico che forniranno i Patti lateranensi. Era dovuta al timore di ciò che sarebbe potuto accadere tanto in Italia, se il paese fosse stato gettato nella fornace bellica, quanto nei territori austro-ungarici, se si fosse disintegrato l’impero, con l’esplosione di incontrollati nazionalismi e la nascita di un pulviscolo di piccoli paesi deboli, insicuri, incerti del loro destino e facile preda di stati più forti. La scomparsa dell’Austria, inoltre, avrebbe privato l’intera Europa dell’argine che conteneva la pressione imperiale russa. Anche questa è una prospettiva che si è puntualmente verificata dopo la guerra: l’affermazione del il fascismo in Italia (che vinse la guerra ma perse il dopoguerra) e la creazione di una galassia di piccoli paesi nei territori ex-imperiali che saranno fagocitati prima dalla Germania e poi, dopo il 1945, dall’Unione Sovietica.
La politica di pace del Papa finì sempre contro il muro dell’Italia, decisissima a impedire che la Santa Sede, accreditandosi sul piano internazionale, potesse scavalcarla e chiedere ai governi europei di farsi carico della Questione Romana (di qui l’articolo 15 del Patto di Londra, che imponeva ai vincitori l’esclusione del Papa dalla futura conferenza di pace).
Ma bisogna aggiungere che qualche scelta incauta di Benedetto rafforzò quel muro invece di sbrecciarlo. Appena eletto cooptò nella sua segreteria un oscuro ma intraprendente sacerdote bavarese, Rudolph Gerlach, che più di qualcuno, in Curia, consigliava di tenere alla larga. Subito i servizi di sicurezza italiani misero gli occhi su di lui, sospettandolo di essere il perno dello spionaggio austro-tedesco. Il caso Gerlach montò così nell’ombra, avvelenando a lungo le due sponde del Tevere, come si ricava dai diari di Carlo Monti, nei quali il suo nome compare quasi ogni giorno. Il Papa difese strenuamente il collaboratore ma nulla poté quando apparve imminente e quasi inevitabile l’arresto del prete. Rispedito in tutta fretta in Germania, via Svizzera, Gerlach fu processato a Roma nel 1917 da un tribunale militare e condannato all’ergastolo in contumacia. Molti aspetti di questa vicenda rimangono misteriosi, ma il successivo disinvolto comportamento del giovane ecclesiastico bavarese (che ricevette onorificenze dal governo tedesco, abbandonò la tonaca, si sposò e pare abbia tentato di ricattare la Santa Sede con un dossier di lettere) accredita i peggiori sospetti.
Tuttavia per tutti i quattro anni del conflitto Benedetto mise in opera ogni sforzo per far tacere le armi, come ha ben documentato Gabriele Paolini in uno studio molto attento, condotto sugli archivi vaticani del tempo (Offensiva di pace. La Santa Sede e la prima guerra mondiale, Firenze, Polistampa-Fondazione Spadolini Nuova Antologia, 2008). Gli sforzi pontifici si intensificarono nel 1917, l’anno cruciale del conflitto, con l’entrata degli Stati Uniti, l’abdicazione dello zar di Russia, il prevalere a Berlino del militarismo pangermanico, i tentativi di pace separata, peraltro maldestri, del nuovo imperatore asburgico Carlo i, i segnali diffusi dovunque di stanchezza e collasso degli eserciti, con i rischi connessi che prendesse piede l’estremismo socialista.
È questo il clima che convinse Benedetto e Gasparri che fosse il momento di passare dalla mediazione silenziosa a una proposta di pace concreta e operativa. Nacque così la Lettera ai capi dei popoli belligeranti datata 1 agosto 1917, che fu inoltrata per via diplomatica, diretta o indiretta, a tutti i governi dei paesi in guerra.
Il Papa esordì ricordando la linea della «perfetta imparzialità» tenuta dall’inizio del conflitto, «senza distinzione di nazionalità o di religione». Ricordò le iniziative compiute, purtroppo inutilmente, per pacificare i contendenti e ribadì che, dopo un «triennio sanguinoso» di morte e distruzione, l’Europa rischiava di andare incontro a «un vero e proprio suicidio». In questo «angoscioso stato di cose» e «senza mire politiche particolari», senza «suggerimento o interesse di alcuna delle parti belligeranti», scrisse di voler scendere dal generale al concreto per invitare i contendenti ad «accordarsi» sopra alcuni punti specifici, «capisaldi di una pace giusta e duratura».
Prima di tutto doveva sostituirsi alla «forza materiale della armi» la «forza morale del diritto». In secondo luogo si doveva passare a una «diminuzione simultanea e reciproca» delle forze armate (in Vaticano si andava oltre e si pensava alla soppressione della leva obbligatoria), accettando «l’istituto dell’arbitrato». Occorreva poi riaprire le vie di comunicazione e la libertà di navigazione sui mari. Circa i danni di guerra, si doveva pensare ad una «reciproca condonazione», essendo, oltre tutto, illogica la continuazione di «tanta carneficina» solo per ragioni economiche. Sulla spinosa questione dei territori occupati il Papa era netto: la Germania doveva evacuare il Belgio e i territori francesi invasi, mentre la Francia doveva restituire le colonie. Circa le terre contese occorreva discutere con spirito conciliante e (innovando su questo punto la tradizionale posizione vaticana) tenere conto delle aspirazioni dei popoli. Con lo stesso spirito bisognava affrontare la questione dell’Armenia, degli stati balcanici e dell’“Antico regno di Polonia”, per la cui indipendenza la lettera spendeva parole di grande «simpatia».
Su queste basi, che fanno del documento pontificio non un irenico auspicio ma una precisa e concreta piattaforma per iniziare a trattare, non molto diversa da quella che proporrà il presidente americano Wilson il 18 gennaio 1918, il Papa confidava che i contendenti potessero convenire per por fine alla guerra, che sempre più appariva «una inutile strage». Con quest’espressione, divenuta celebre — sconsigliata dalla curia, ma voluta dal Papa — si concludeva la nota.
Come sappiamo, le risposte dei governi o furono negative, più o meno ingentilite nella forma, o mancarono del tutto. Ciascuno aspettava l’iniziativa degli altri, nessuno era disposto a muoversi per primo, tutti speravano, ormai, soltanto nella capitolazione del nemico. Fu soprattutto l’inciso «inutile strage» che suscitò, tanto della stampa quanto delle cancellerie, le reazioni più risentite. Infangare tre anni di guerra come una strage inutile era un affronto che nessuno voleva subire. Georges Clemanceau bollò il pontefice come boche (più o meno, in italiano, “crucco”), Sidney Sonnino alla Camera quasi lo irrise, molti nella penisola, dopo il crollo di Caporetto, scaricarono su quella frase, che avrebbe indebolito, si disse, la resistenza dell’esercito, la responsabilità della disfatta. Qualcuno trasformò Benedetto in “maledetto”. Oggi ricordiamo quel documento, e in particolare quelle parole, come una delle poche luci di intelligenza, di umanità e di realismo politico uscite nei quattro di guerra. Oggi, cento anni dopo.

di Gianpaolo Romanato