Editoriale: Consuetudine fissa

2016-01-18 L’Osservatore Romano

Consuetudine fissa, in ebraico chazaqà, diventa ogni atto ripetuto tre volte. Così, dopo aver accolto con un benvenuto cordiale Papa Francesco nel Tempio maggiore di Roma, il rabbino capo Riccardo Di Segni ha saputo cogliere il senso del terzo incontro di un Pontefice con la più antica comunità della diaspora ebraica, quella della città di cui è vescovo. Tre incontri in trent’anni, che potrebbero sembrare pochi ma che in realtà segnano il progredire complessivo di un riavvicinamento davvero storico, irreversibile e tuttavia non privo di ostacoli.

In questo processo una tappa fondamentale intervenne mezzo secolo fa, nelle ultime settimane del Vaticano II, quando fu approvata a larghissima maggioranza, grazie soprattutto alla paziente e tenace azione di Paolo VI e dei suoi collaboratori più stretti, la dichiarazione Nostra aetate. Il testo, tanto breve quanto importante, ha nutrito infatti le nuove relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane, e in particolare con la radice santa dell’ebraismo, descritta già da Paolo nella lettera ai Romani.

Da allora la conoscenza e l’amicizia si sono sempre più allargate. Grazie a figure come il rabbino capo Elio Toaff e a Giovanni Paolo II, protagonisti della prima visita di un Papa alla più grande sinagoga della città ricordati insieme dalla presidente della comunità romana Ruth Dureghello, che ha poi voluto mandare un saluto a Benedetto XVI, che a questo riavvicinamento ha contribuito moltissimo. Con loro numerosissime sono state e sono le persone senza le quali questi nuovi rapporti non sarebbero possibili.

Ma non ci si deve fermare. Lo richiedono molte situazioni dove il nome di Dio viene profanato da chi uccide prendendo a pretesto e bestemmiando il suo nome. Ma lo esige soprattutto la storia quasi bimillenaria di ebrei e cristiani perché, come ha sottolineato il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, è necessario che la conoscenza dei molteplici progressi in questa nuova relazione non resti circoscritta «ai vertici religiosi e culturali» ma si diffonda più largamente.

E proprio la testimonianza di una amicizia autentica e la volontà di curare questi rapporti sono stati ribaditi dal Papa: «Già a Buenos Aires ero solito andare nelle sinagoghe e incontrare le comunità là riunite, seguire da vicino le feste e le commemorazioni ebraiche e rendere grazie al Signore, che ci dona la vita e che ci accompagna nel cammino della storia» ha detto Bergoglio. Allargando subito dopo la celebre definizione usata da Giovanni Paolo II: «Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede. Tutti quanti apparteniamo ad un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo».

Per questo il documento per i cinquant’anni della Nostra aetate ha ribadito «l’inscindibile legame che unisce cristiani ed ebrei», mentre «la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’antica alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele» ha detto il Papa. Che ha concluso chiedendo una preghiera comune perché il Signore «conduca il nostro cammino verso un futuro buono».

g.m.v.