Conclusa la visita del Papa in Bangladesh- Messaggio di speranza

2017-12-02 L’Osservatore Romano

Con un messaggio di speranza per il futuro della società bangladese, affidato nelle mani delle nuove generazioni, il Papa ha concluso il suo viaggio in Asia. Così come aveva fatto solo due giorni prima in Myanmar, nel pomeriggio di sabato 1° dicembre anche a Dakha il Pontefice ha riservato l’ultimo appuntamento pubblico ai giovani, confidando di apprezzarne l’entusiasmo e la capacità di rischiare, al punto da sentirsi “ringiovanito” egli stesso ogni volta che si trova in mezzo a loro. Ed essi, a loro volta, lo hanno accolto con trasporto. Come i due ragazzi che, in segno di rispetto, si sono chinati a terra per toccargli i piedi.

E rispondendo alle loro domande, che hanno espresso ansie e dubbi tipici di questa età “fragile” a qualsiasi latitudine, ha sottolineato l’importanza dell’amicizia sociale — capace di andare oltre le differenze — e dell’armonia tra le religioni per il progresso del Bangladesh. Per farsi meglio comprendere è ricorso anche al linguaggio “tecnologico” dei teenager: Dio ha «posizionato dentro di noi — ha detto — un software che ci aiuta. Tenete aggiornato il vostro programma».

L’incontro si è svolto al Notre Dame College di Dhaka, uno dei migliori istituti di istruzione superiore del paese. Qui ogni anno si iscrivono almeno tremila studenti, 125 dei quali sostenuti nel loro percorso formativo grazie a borse di studio. Nel campo sportivo dell’istituto il Papa è stato accolto dal vescovo Subroto Howlander, incaricato della pastorale giovanile, dal rettore dell’ateneo e dal direttore della scuola, entrambi gestiti dalla congregazione di Santa Croce. Compiendo un giro in golf kart tra i giovani festanti, Francesco ha visto da vicino i volti sorridenti di migliaia di ragazze e di ragazzi, nei quali si riflettono le aspettative di un domani migliore. Anche perché qui le persone hanno poche possibilità di frequentare la scuola e, soprattutto tra le donne, si registrano alti tassi di analfabetismo.

Mentre venivano eseguiti una danza di benvenuto e un canto corale, il Papa ha preso posto sul podio. Al saluto del vescovo Gervas Rozario, di Rajshahi, sono seguite le testimonianze di due giovani, Upsana e Anthony, intervallate ancora da canti e coreografie ispirati al tema della pace. Poi il discorso del Pontefice e la benedizione conclusiva, prima del congedo ufficiale avvenuto all’aeroporto cittadino. Mentre Francesco parlava, dalla vicina moschea si sentiva distintamente il richiamo alla preghiera per i musulmani. Una significativa coincidenza per un viaggio che ha visto nella dimensione interreligiosa uno dei suoi aspetti più importanti.

L’ultima giornata in Asia per il Papa è cominciata con la celebrazione della messa in privato nella cappella della nunziatura, dove la sera precedente aveva incontrato un gruppo di gesuiti che lavorano in Bangladesh. In automobile Francesco ha quindi raggiunto, con un po’ di anticipo sul programma, la “casa della compassione” nel quartiere periferico di Tejgaon, aperta dalle Missionarie della carità nel complesso della parrocchia del Santo Rosario che comprende anche l’antica chiesa dei missionari portoghesi. «Madre Teresa venne a Dhaka dalla vicina Calcutta nel 1971 subito dopo la guerra d’indipendenza dal Pakistan» ricorda un’anziana suora, poggiandosi a un bastone in attesa dell’arrivo del Pontefice. Era una delle giovani bangladesi che seguì la santa quando l’anno seguente aprì nella Old Town la prima delle diverse strutture dove oggi le sue discepole lavorano nel paese. Nella zona di Islampur, il centro Shishu Bhavan per le biranganas cominciò ad accogliere le donne rimaste incinte dopo le violenze subite dai soldati pakistani nel corso del conflitto. Molti di quei bambini nati nella casa sono stati poi adottati da famiglie europee, americane e australiane.

Accolto dalla superiora della comunità, tra numerose immagini di madre Teresa, il Papa è stato condotto in due stanze, dov’erano ad attenderlo disabili e ammalati anche allettati — in particolare bambini e anziani — che vengono amorevolmente assistiti dalle religiose con il sari bianco bordato d’azzuro. «Se giudichi le persone non avrai tempo di amarle» ci ha detto una giovane novizia, citando una frase della santa di Calcutta. Nell’ambiente sobrio e austero, a lungo Francesco si è intrattenuto con ciascuno dei presenti, approfittando anche del maggior tempo che aveva a disposizione. In dono ha lasciato un quadro raffigurante madre Teresa ritratta con le mani giunte; poi, accompagnato dal canto dei bambini e scortato da quattro ragazzine, due delle quali lo hanno preso per mano, si è incamminato lungo il cortile per dirigersi alla vicina chiesa del Santo Rosario, dove ha incontrato il clero, i consacrati e i seminaristi. Anche la moderna basilica a forma di conchiglia, per richiamare il rito del battesimo, è officiata dalla congregazione di Santa Croce, che qui si occupa pure di due centri educativi, uno femminile e uno maschile.

Il saluto dell’arcivescovo Moses M. Costa di Chittagong ha introdotto cinque brevi testimonianze. Un prete, un missionario, una suora, un religioso e un giovane allievo del seminario hanno raccontato la loro storia vocazionale. Abbandonato il testo preparato, il Pontefice ha improvvisato un discorso in spagnolo, tradotto in inglese dall’interprete.

Infine sono state recitate due preghiere: una mariana, composta da padre Mintu Palma, e il Padrenostro in lingua bengali. Nella prima si affida alla Vergine il Pontefice: «Ti chiediamo di custodire il nostro Santo Padre, con amorevole cura, così che, godendo di buona salute, egli possa guidare il popolo di Dio per i sentieri della salvezza, continuando a promuovere pace e armonia nel mondo».

Al termine dell’incontro, il Papa è uscito da una porta che affaccia sul cimitero parrocchiale in cui sono sepolti molti religiosi, per una sosta di silenzioso raccoglimento sulle loro tombe. Dopo aver acceso una candela in memoria dei defunti, è entrato nella vicina Japamala Rani Churc. La chiesetta fu eretta nel 1677 — come testimonia una scritta sul pinnacolo — dai missionari portoghesi, i primi evangelizzatori del Bangladesh, anche se la predicazione dell’apostolo Tommaso nel subcontinente indiano risale addirittura al primo secolo dopo Cristo.

Nell’antico edificio di culto — oggi usato come cappella per l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento — il toccante incontro del Pontefice con duecento orfani. Mentre gli venivano presentati i bambini e i ragazzi, Francesco li ha benedetti e incoraggiati, chiedendo loro di recitare un’Ave Maria alla Madonna ogni notte prima di andare a dormire.

dal nostro inviato Gianluca Biccini