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Con la messa del Papa nella basilica vaticana - Si chiude l’anno della vita consacrata

2016-02-02 L’Osservatore Romano

Nel segno della preghiera e della gratitudine si chiude l’anno della vita consacrata, apertosi il 30 novembre 2014. Papa Francesco presiede nella basilica vaticana la celebrazione eucaristica nel pomeriggio del 2 febbraio, festa della presentazione del Signore, insieme con migliaia di consacrati e consacrate che celebrano la loro giornata mondiale.

In una intervista al nostro giornale il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, traccia un bilancio e indica gli orizzonti di questo anno.

Sono stati raggiunti gli obiettivi che si proponeva l’anno della vita consacrata?

Ho un senso profondissimo di gratitudine a Dio e a Papa Francesco per questo anno. È stato per noi come un tocco di grazia e ha rilanciato la speranza. Ci ha fatto guardare in modo positivo alla vita consacrata e anche ai problemi che ci sono: e si tratta di problemi reali, come l’invecchiamento o la mancanza di vocazioni in alcuni continenti. Abbiamo riscoperto che in fondo c’è una vocazione speciale che è parte integrante della Chiesa. Non è un’appendice, non è qualcosa di temporaneo che sta per terminare, ma è un dono di Dio alla comunità. Fin dalle origini è sempre stato così; e siamo sicuri che Dio continuerà a chiamare anche in tante forme nuove. Questo senso profondo di gratitudine e di speranza è importantissimo.

In che modo il giubileo sta interpellando i consacrati?

Nei luoghi in cui sono stato ho visto che l’anno della misericordia viene vissuto come un appello a riequilibrare il nostro rapporto con Dio. Egli è giudice, ma lo è di misericordia. Questa definizione esprime l’identità profonda di Dio. E noi dobbiamo trasformarla in coscienza personale e comunitaria. Il fatto che Dio usi misericordia con noi comporta che anche noi siamo chiamati a essere misericordia per gli altri. In questo senso, i nostri rapporti con gli altri cambiano molto.

A che punto è la revisione del documento «Mutuae relationis» sui rapporti tra vescovi e religiosi?

Abbiamo fatto una consulta e stiamo lavorando insieme con l’Unione dei superiori maggiori e con l’Unione internazionale delle superiore maggiori. Si tratta di una collaborazione molto feconda. Il Papa ha definito i due principi centrali su cui lavorare: la spiritualità di comunione e la coessenzialità della dimensione gerarchica e di quella carismatica. Penso si debba vedere la relazione tra gerarchia e carismi nel senso della comunione. Nella spiritualità di comunione, infatti, le relazioni si completano e diventano vere, positive. E così si superano le difficoltà di rapporto. Il secondo principio è quello di rimettere in luce la coessenzialità della dimensione gerarchica e di quella carismatica, perché queste due dimensioni provengono dagli inizi della Chiesa. Lo Spirito Santo che parla nell’una e nell’altra dimensione non si contraddice. Questo ha delle conseguenze pratiche, come il bisogno di recuperare rapporti veri nella verità, nella misericordia e nella libertà. Dobbiamo ritrovare questa maturità per il bene della Chiesa. Ciò vuol dire che dobbiamo impegnarci molto di più nel cammino di comunione tra tutti gli istituti e tra gli istituti e le Chiese locali.

La diretta streaming della messa del Papa