Cantalamessa: la divinità di Cristo al centro della nostra fede

2017-03-17 Radio Vaticana

Stamattina, nella Cappella Redemptoris Mater, in Vaticano, la seconda predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa al Papa e alla Curia Romana. Proseguendo nella riflessione sul tema: “Nessuno può dire: ‘Gesù è il Signore! Se non nello Spirito Santo”, il  predicatore della Casa Pontificia ha messo in luce la fede, da sempre, della Chiesa nella divinità di Cristo da cui viene la salvezza e si è interrogato su che cosa questa fede significa per ciascuno di noi. Una sintesi delle sue parole nel servizio di Adriana Masotti:

Punto di partenza per la riflessione di Padre Cantalamessa è ciò che recita la professione di fede di Nicea su Cristo. Se la proclamazione: “Credo in un solo Signore Gesù Cristo”, afferma, era sufficiente nell’ambito biblico e giudaico per giustificare il culto di Gesù come Dio, non lo era più all’interno del mondo greco romano che essendo pagano conosceva molti e diversi “signori”. Per questo si rende necessaria un’ aggiunta a quell’articolo del Credo: “nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. Ma non si tratta di una scoperta, la divinità di Gesù è sempre stata la fede della Chiesa. Quello che fanno i padri del Concilio di Nicea è rimuovere gli ostacoli che ne impedivano il pieno riconoscimento. Ad esempio l’abitudine greca di definire l’essenza divina come ‘ingenerato’,  mentre nella fede cristiana il Figlio è generato dal Padre, oppure la dottrina di una divinità intermedia tra Dio e le creature:

“Volendo racchiudere in una frase il significato perenne della definizione di Nicea, potremmo formularla così: in ogni epoca e cultura, Cristo deve essere proclamato “Dio”, non in una qualche accezione derivata o secondaria, ma nell'accezione più forte che la parola “Dio” ha in tale cultura. È importante sapere cosa motiva Atanasio e gli altri teologi ortodossi nella battaglia, da dove, cioè, viene loro una certezza così assoluta. Non dalla speculazione, ma dalla vita; più precisamente, dalla riflessione sull’esperienza che la Chiesa, grazie all’azione dello Spirito Santo, fa della salvezza in Cristo Gesú”.

La fede dei cristiani, ribadisce padre Cantalamessa, è la divinità di Cristo. Bisogna chiedersi allora che posto occupa Gesù Cristo nella nostra società e nella vita stessa dei cristiani. Da una parte nella nostra cultura molti parlano di Lui, attraverso libri e film:

“Ma se guardiamo all’ambito della fede, al quale egli in primo luogo appartiene, notiamo, al contrario, una inquietante assenza, se non addirittura rifiuto della sua persona. In cosa credono, in realtà, quelli che si definiscono 'credenti' in Europa e altrove? Credono, il più delle volte, nell’esistenza di un Essere supremo, di un Creatore; credono che esiste un 'aldilà'. Questa però è una fede deistica, non ancora una fede cristiana. Diverse indagini sociologiche rilevano questo dato di fatto anche in paesi e regioni di antica tradizione cristiana. Gesù Cristo è in pratica assente in questo tipo di religiosità”.

E’ necessario, afferma il predicatore, ricreare le condizioni per una fede nella divinità di Cristo senza riserve. Gesù ha detto: “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la via, la verità e la vita”. Noi, dice padre Cantalamessa, siamo chiamati a dire con umiltà al mondo di oggi: “Quello che voi cercate, andando come a tentoni, noi ve lo annunciamo”. Ma Gesù ha detto anche: “Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete!” Padre Cantalamessa quindi conclude:

“Se non abbiamo mai riflettuto seriamente su quanto siamo fortunati noi che crediamo in Cristo, forse è l’occasione per farlo (...) Perché “beati”, se i cristiani non hanno certo più motivo degli altri di rallegrarsi in questo mondo e anzi in molte regioni della terra sono continuamente esposti alla morte, proprio per la loro fede in Cristo? La risposta ce la da lui stesso: “Perché vedete!”. Perché conoscete il senso della vita e della morte, perché “vostro è il regno dei cieli (…) nel senso che voi ne siete già parte, ne gustate le primizie. Voi avete me! La frase più bella che una sposa può dire allo sposo e viceversa, è: “Mi hai reso felice!” Gesú merita che la sua sposa, la Chiesa, glielo dica dal profondo del cuore. Io glielo dico e invito voi, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, a fare altrettanto. Oggi stesso, per non dimenticarcelo. Se poi non sentiamo di poter dire che ci ha fatto felici Gesù, è bene che ci domandiamo: perché, che cosa glielo ha impedito?”.

(Da Radio Vaticana)