Al convegno sulla pastorale vocazionale- Senza maschera

2017-12-02 L’Osservatore Romano

La formazione è un «incessante e paziente lavoro su noi stessi», che coinvolge «tutte le dimensioni della persona e dura per tutta la vita», come la definisce anche la nuova Ratio fundamentalis.. Ne ha parlato il cardinale Beniamino Stella intervenendo al convegno internazionale sul tema «Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze», in corso a Roma al Pontificio ateneo Regina Apostolorum.

Sviluppando la sua relazione su «La cura della dimensione umana nell’itinerario della vita consacrata alla luce della nuova Ratio», il prefetto della Congregazione per il clero ha sottolineato come nell’esperienza della fede e nella vita ecclesiale, «prima dell’organizzazione e del cambiamento delle strutture, pur necessari», c’è bisogno di «un rinnovato impulso del cuore a seguire il Signore, restando nell’ascolto dello Spirito e consegnando quotidianamente la nostra fedeltà a lui». Questo è ciò che, anche nella Ratio, viene chiamato “formazione”. Si tratta di «un unico e ininterrotto cammino discepolare» nel quale «ci si lascia plasmare dallo Spirito Santo e, sotto la guida della Chiesa, si viene condotti a una piena configurazione a Cristo».

Il cardinale ha poi sottolineato l’importanza fondamentale di restare «in cammino dietro al Signore» e di coltivare «la disposizione a imparare da lui», altrimenti la vita consacrata «non avrà né radici né fondamenta». Tuttavia, sarebbe un «grave errore» pensare di raggiungere un tale obiettivo «senza una speciale cura della nostra umanità». Non si tratta, infatti, di «un abito esteriore che indossiamo a nostro piacimento», ma di qualcosa che tocca «le profondità di tutte le dimensioni della nostra vita». Altrimenti, saremmo, come dice Papa Francesco, «soltanto “pagani” con due pennellate di vernice”».

La maturità umana e affettiva, ha detto il prefetto, «è un’imprescindibile base, potremmo dire la condizione sine qua non per poter accedere a una vita di speciale consacrazione e al sacerdozio». E la Ratio fundamentalis, oltre che nei contenuti, «anche nella sua impostazione generale e nella visione di fondo», sottolinea con forza «la necessità della cura della dimensione umana», affermando che «la mancanza di una personalità ben strutturata ed equilibrata rappresenta un serio e oggettivo impedimento per il prosieguo della formazione».

Il cardinale si è poi soffermato su alcuni aspetti significativi che delineano più concretamente il contenuto di ciò che viene chiamata formazione umana nel contesto della vita consacrata. «Il primo viaggio da compiere — ha detto — è verso se stessi; occorre essere molto attenti», perché, non di rado, «anche senza volerlo, può capitare che la vita spirituale e la scelta vocazionale» rappresentino «una specie di scappatoia dalla propria vita e dalla realtà». È possibile, infatti, che si scelga «un contenitore esterno formalmente ineccepibile», come potrebbe essere un cammino vocazionale e una speciale consacrazione, «solo per nascondere o fuggire ciò che non si desidera affrontare veramente». In sostanza, «si indossa una maschera capace di coprire ciò che vivo all’interno e di permettermi una evasione dalla realtà».

Invece, il primo compito della formazione umana è «aiutare la persona a conoscere se stessa, in un percorso interiore, che coinvolge le altre dimensioni formative», e che si avvale se necessario «dell’ausilio della psicologia», ma, soprattutto, che «implica una costante e serena sinergia tra il formando e il formatore». Lo scopo è giungere a «una reale autoconsapevolezza», senza la quale il rischio è che la persona «sviluppi il proprio io e la propria vocazione attraverso un’immagine falsata di sé».

Il cardinale ha quindi fatto notare come la Ratio affermi che «la cura della dimensione umana», soprattutto nel tempo della formazione, «si concretizzerà nell’impegno a disciplinare il proprio carattere, crescere nella fortezza d’animo e imparare la lealtà, il rispetto della giustizia, la fedeltà alla parola data, la discrezione» . Queste virtù umane esigono «un certo grado di libertà interiore, che fa parte anch’esso della maturità umana».

Infine, il porporato ha fatto riferimento alla maturità psico-affettiva e sessuale «di coloro che si incamminano alla sequela del Signore per diventare suoi discepoli e consacrare la vita a lui». Il grave rischio da evitare è quello di «affidare la missione apostolica a sacerdoti e consacrati» che non «hanno integrato i bisogni, i desideri e gli impulsi della loro sessualità nel progetto vocazionale», per cui sono «fragili nella capacità di reggere le naturali tensioni tra la carne e lo spirito» e, in generale, non riescono «ad amare serenamente e generosamente gli altri, con grave danno per l’assunzione convinta della vita celibataria».