Al convegno di Bose l’esperienza della comunità di Taizé - Dove l’ospitalità è regola

2017-09-08 L’Osservatore Romano

È con parole molto semplici che la nostra Regola di Taizé parla dell’ospitalità, sono parole che provengono direttamente dal Vangelo: «In un ospite, è il Cristo stesso che dobbiamo ricevere». In un altro capitolo della Regola, fratel Roger aggiunge: «Ama il tuo prossimo qualunque ne sia la visione religiosa o ideologica». Questo invito a un’ampia accoglienza, offerta a tutti senza distinzione, è in consonanza con la Regola di san Benedetto e tutta la tradizione monastica, orientale e occidentale. Pone la nostra ancora giovane comunità nella tradizione dei monasteri le cui porte sono sempre aperte. 

Quanti pellegrini che vanno in un monastero sono colpiti dall’accoglienza che ricevono, un’accoglienza che non pone domande preliminari, come pure non richiede risposte fatte. Il pellegrino, se ne ha bisogno, è ascoltato pazientemente e senza alcun giudizio. Egli viene accolto innanzitutto nella preghiera comune. Può ripartire con il cuore e la mente rinnovati e rinfrescati.
Questo mi spinge a porre una prima domanda nella prospettiva della riconciliazione delle chiese: se coloro che vivono una vocazione monastica si trovano, pur essendo di diverse tradizioni, così vicini nella visione del loro ministero d’accoglienza — cioè discernere Cristo in ogni ospite — non sono forse in questo modo invitati a creare maggiori legami tra le rispettive chiese a cui appartengono? A causa della grande vicinanza che esiste tra loro, la ricerca della riconciliazione delle chiese non sta forse al cuore stesso della loro vocazione?
A Taizé, l'ospitalità si è sviluppata in tappe piuttosto diverse. Esse sono tuttavia unite da un legame profondo: fratel Roger era convinto che Dio fosse presente in ogni persona che incontrava, anche se questa non ne era consapevole. Era questo che lo portava a spalancare le porte del suo cuore e della sua casa. All'inizio della seconda guerra mondiale, quando era ancora solo a Taizé, riceveva già coloro che in quel momento ne avevano più bisogno, rifugiati che fuggivano, soprattutto ebrei che nascondeva per alcuni giorni. Non chiedeva loro chi erano, bastava dicessero solo il nome.
Più tardi negli anni, altri rifugiati sono stati accolti e fratel Roger li ha alloggiati in case del nostro villaggio borgognone: vedove vietnamite che fuggivano con i propri figli il regime del loro paese, una famiglia di Sarajevo dopo la guerra che aveva distrutto la loro città, un'altra famiglia dal Rwanda, della quale diversi suoi componenti erano stati massacrati dal genocidio.
Dopo la morte di fratel Roger noi abbiamo continuato. Attualmente alloggiamo tre famiglie dell'Iraq e della Siria, come anche giovani uomini provenienti da Sudan, Eritrea, Afghanistan. Posso testimoniare che riceviamo da loro più di quanto offriamo. Hanno conosciuto tante prove e per questo ci stimolano ad affrontare coraggiosamente le nostre difficoltà. Accoglierli rende i nostri cuori più aperti. Spesso ripeto loro, che siano cristiani o musulmani: è Dio che vi ha mandati a noi.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando la comunità nasceva e muoveva i suoi primi passi, coloro che nella regione di Taizé avevano più bisogno d’accoglienza erano i bambini le cui famiglie erano state distrutte dagli eventi. Fratel Roger non ha esitato a raccoglierne una ventina e ha chiamato una sua sorella, ancora nubile, a venire a vivere con loro. Ella si è presa cura di essi fino alla maggiore età e al loro ingresso nella vita adulta. Questi ragazzi formavano come una famiglia, molto vicina alla comunità, molto amata dai fratelli. Forse è questa accoglienza di bambini in difficoltà che ha preparato la comunità a offrire più tardi l’ospitalittà a un gran numero di giovani.

di fratel Alois