​A colloquio con il vescovo di Pyay nel Myanmar I rohingya e la guerra dell’informazione

2017-09-08 L’Osservatore Romano

«La situazione è molto critica. Occorre risolverla il più presto possibile». Usa queste parole Alexander Pyone Cho, vescovo di Pyay, per descrivere le violenze e gli scontri tra l'esercito e la minoranza musulmana dei rohingya che hanno causato centinaia di morti dallo scorso 25 agosto.

Rohingya attendono di varcare il confine  con il Bangladesh (Afp)

Parlando con l’Osservatore Romano, il presule tiene a sottolineare che «quello dei rohingya è un tema molto sensibile» su cui c'è troppa disinformazione in occidente e che spesso viene facilmente manipolato. «Bisogna avere informazioni accurate prima di esprimere giudizi» afferma. E infatti oggi in Myanmar si combatte anche una guerra dell'informazione. La maggioranza dei media e delle ong accusa l'esercito di gravi violenze e persecuzioni, di aver bruciato villaggio e compiuto “pulizia etnica”. Ma il governo di Naypyidaw respinge questa versione dei fatti; il consigliere di stato e ministro degli esteri, Aung San Suu Kyi, punta il dito contro l'esercito dell'Arakan per la salvezza dei rohingya (Arsa), una formazione estremista nata da poco e che rivendica legami con il cosiddetto stato islamico (Is). Sarebbero stati loro — dicono le autorità militari — ad aver acceso la miccia della violenza con attacchi alle postazioni dell'esercito e ai civili. Tra questi due fuochi resta il dramma di oltre 300.000 civili rohingya, principalmente bambini, fuggiti dai loro campi nel Rakhine verso il Bangladesh, un altro stato (insieme a Malaysia e Indonesia) che li respinge dichiarandoli “persone non gradite”. Tracciare un’analisi precisa delle radici di questa crisi è molto difficile. La questione dei rohingya è strettamente legata alla storia del sud est asiatico fin da prima del dominio coloniale britannico. I rohingya sostengono infatti che i loro antenati abitavano nella regione del Rakhine già nel 1400. Tesi contestata dal governo dei militari del Myanmar che non utilizza nemmeno il termine “rohingya” preferendo parlare di “bengalesi di fede musulmana”. 

di Luca M. Possati