A colloquio con il geografo David Lowenthal- Anche il paesaggio ha una storia

2017-03-16 L’Osservatore Romano

David Lowenthal

Geografo del passato, storico dei paesaggi, instancabile inquisitore del presente, David Lowenthal è un ultranovantenne con la spontaneità, la vitalità e la curiosità di un bambino. Quando gli rivolgi una domanda, in realtà è il suo sguardo intenso che ti interroga da dietro gli occhiali, complice una coinvolgente mimica facciale. Spirito inquieto con la passione della ricerca intellettuale, il professor Lowenthal è anche un uomo di grande affabilità, senso dell’umorismo, gusto raffinato per i vini e generosa disposizione ai rapporti umani. Lo incontro a Londra, dove è professore emerito di geografia alla University College London. È una vita che legge e che scrive, che spiega e che pubblica: ha insegnato a Washington, in California e in Minnesota; è stato docente di psicologia dell’ambiente a New York, di geografia e scienze politiche nel Massachusetts, di architettura del paesaggio ad Harvard, di storia e geografia alle Barbados. È un’autorità in fatto di tutela del patrimonio culturale e naturale, consultato da organismi internazionali come l’Unesco e istituzioni di tutela ambientale di tutto il mondo, mentre i suoi testi sono diventati dei classici. 

È veramente “passato” il passato? «In senso temporale, certo che è passato — risponde Lowenthal. Ma il passato resta onnipresente: viene celebrato o respinto, accudito o ignorato, non è mai veramente “passato”. Il passato viene usato per rafforzare i governi, permette al presente di godere di glorie antiche, offre alle popolazioni il senso della loro identità. Il passato è passato nel senso che non si può più cambiare; ma la prospettiva su ciò che è accaduto è continuamente alterata. Siamo figli del nostro passato, ma più si va indietro nel passato e meno il passato diventa comprensibile. Il passato è come un paese straniero, dove la gente ha abitudini molto diverse dalle nostre, dove si parla un’altra lingua».
David Lowenthal ha pubblicato da poco una nuova versione del suo celebre The Past is a Foreign Country, uno studio su come il paesaggio del passato sia continuamente addomesticato e riconfigurato dalle esigenze e dalle preoccupazioni del presente. L’opera è monumentale perché riesce ad abbracciare un fenomeno sfuggente e fuggevole come il pensiero sul tempo passato, analizzandolo da tutte le prospettive possibili. Lowenthal ha ripreso l’idea che il passato sia un territorio sconosciuto come lo è un paese straniero (e come tale debba essere visitato con interesse e rispetto) dal paragrafo iniziale del romanzo The Go-Between, dove l’autore, L.P. Hartley, spiega appunto che «il passato è un paese straniero, dove la gente si comporta in modo diverso». Nel paese straniero del passato si parla un’altra lingua — gli chiedo? «Sì, una lingua che dobbiamo imparare perché di ogni lingua non si ottiene mai una traduzione perfetta. Non potremo mai avere gli stessi pensieri delle generazioni passate, condividere la loro esperienza dei fatti, noi che abbiamo anche una vita quotidiana così diversa dalla loro. Sono le attitudini del presente che danno forma al paesaggio di quel paese sconosciuto che è il passato, che addomesticano la sua estraneità. Ha letto della protesta degli studenti dell’università di Princeton?». Ora è David Lowenthal che domanda, per spiegarmi: «Gli studenti di Princeton hanno chiesto che il nome del presidente Wilson, professore di giurisprudenza ed economia e famoso rettore dell’università dal 1902, fosse cancellato da ogni dipartimento del campus perché era a favore della segregazione razziale. Ho letto sul New York Times che l’attuale rettore sarebbe d’accordo. Ma sostenere: “non dobbiamo più onorare Wilson, colpevole di razzismo”, equivale a dire: “siamo molto meglio dei nostri antenati!”, perché a quel tempo quasi tutti la pensavano come Wilson. Gli studenti di Princeton vogliono condannare un’ingiustizia commessa nel passato, ma così ne eliminano la memoria! Sono esterrefatto che abbiano bisogno di questa retorica per sentirsi “virtuosi”, che non riescano a sopportare il disagio di confrontarsi con idee diverse su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non soltanto nel presente ma addirittura nel passato! Come si fa a imparare qualcosa se si pretende di sentirsi sempre a proprio agio nel processo di apprendimento?». 

di Alessandro Scafi